Innocenti Evasioni Gourmet Factory, Milano

Gli ingredienti di questa ricetta sono: uno chef stellato, un gruppetto di amanti della buona cucina e l’atmosfera rilassata e conviviale dei fornelli di casa. Mescolate il tutto, condite con un pizzico di curiosità ed ecco una scuola di cucina immediata, vivace e alla portata di tutti.

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Una scuola di “tecnica applicata”, che vi permetterà di arricchirvi di un’esperienza diretta nel laboratorio del gusto di Tommaso Arrigoni, lo chef del ristorante Innocenti Evasioni di Milano (una stella Michelin) e di portare a casa con voi tante meravigliose ricette per stupire i vostri ospiti.

“Alla Gourmet Factory cerco di insegnare le astuzie che stanno 
dietro ai piatti di uno chef, seguendo le preparazioni degli 
allievi attimo per attimo. Non servono ricette complicate per 
eseguire un buon piatto, ma passione e precisione, partendo 
sempre dalla materia prima.” T. Arrigoni

Sarete accolti in un ambiente informale e rilassato, in una cucina di casa in cui potrete servirvi dei migliori strumenti e dei migliori ingredienti per preparare piatti buonissimi da poter riproporre anche ai vostri amici.

Abbiamo avuto il piacere di assistere a una lezione dello chef e ne siamo rimasti piacevolmente colpiti; quanto al piacere che dà dilettarsi tra i fornelli in buona compagnia e insieme ad un esperto affabile e pronto a svelarvi tutti i suoi segreti… non ci sono paragoni!

Indossiamo un grembiule e via!

La nostra lezione prevede l’esecuzione di una cena di tre portate: “risotto con topinambur e pepe nero, centrifugato di foglie di sedano e ostrica”; “petto di faraona, ceci in oliocottura al dragoncello e melanzana alla liquirizia”; “barbajada soffiata, tortino alle banane e gelato al fiordilatte”.

Siamo presi per mano e condotti dapprima alla conoscenza degli ingredienti e di come valorizzarli, poi tra le cotture e le preparazioni che sono alla base del piatto ed infine alla composizione e all’impiattamento. Così lo chef ci racconta il suo uso del topinambur, la tecnica per un risotto perfetto e come creare una nuvola profumata di sedano.

Prepariamo poi un’ottimo petto di faraona, nobilitato da una scrupolosa cottura sottovuoto e da fini sapori che ne esaltano le carni bianche e delicate, come la purea di melanzane alla liquirizia e i ceci in oliocottura. Materie prime della tradizione che non hanno bisogno di presentazioni e la cui attenta e sapiente elaborazione possono essere facilmente riprodotte anche a casa.

La filosofia di questa scuola è proprio l’imparare a fare.

Concludiamo con una dolce bevanda della tradizione milanese, proposta in versione dessert insieme ad un tortino alle banane; preparazioni che possono essere organizzate in anticipo per una cena che non vi distolga troppo dai vostri ospiti.

Seduti a tavola a chiacchierare con lo chef, possiamo finalmente apprezzare il frutto del nostro lavoro, la cui bontà è esaltata dalla simpatia e dalla gradevolezza del padrone di casa e dei nostri commensali.

I corsi si svolgono il martedì sera e il sabato pomeriggio con 6-10 partecipanti per lezione. La scuola è al secondo piano dello stabile del ristorante, in via Privata della Bindellina, a Milano. Sono disponibili corsi per tutti i gusti, con diversi piatti, ingredienti, tecniche. Dopo la lezione avrete modo di gustare le vostre creazioni insieme allo chef e ai vostri compagni. Dovete solo scegliere da cosa cominciare e, se volete, mettere alla prova voi e i vostri amici ai fornelli! Sarà un’esperienza indimenticabile.

Per informazioni cliccate qui.

http://www.innocentievasioni.com/scuola-di-cucina/

La Dispensa del Datterino, Hummus

L’hummus è una tipica ricetta mediorientale; una crema fredda a base di ceci che viene proposta come mezè (antipasto) o salsa di contorno. Diffuso in tutta l’area del Mediterraneo orientale, è una ricetta molto versatile, si presta ad accompagnare carni arrostite, falafel ed anche alcuni formaggi, spesso con il tipico pane arabo, la pita.

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Molto discussa è l’origine di questa deliziosa ricetta. In genere si sostiene che siano stati gli arabi del Levante o dell’Egitto a fare per primi l’hummus, anche se la questione è molto discussa. La maggior parte degli ingredienti esiste da secoli: l’uso gastronomico dei ceci risale a più di diecimila anni fa in Turchia ed è, secondo Anissa Helou, autore libanese-siriano di numerosi libri di cucina del Medio Oriente, “una delle prime leggende mai coltivate”. E la tahina o tahini, la pasta di sesamo che è vitale per l’hummus b’tahini, è menzionata nei libri di cucina araba del XIII secolo. Ma definire chi ha dato origine alla la combinazione di ingredienti che costituiscono il piatto popolare è molto più difficile.

Una teoria attribuita allo scrittore israeliano Meir Shalev, afferma che l’hummus fu menzionato per la prima volta nel vecchio testamento, nel libro di Ruth. Quando Boaz incontrò Ruth a Gerusalemme, “e all’ora del pasto le disse: ‘Vieni, prendi del pane e immergi il tuo boccone nel chometz (חומץ)”. La parola chometz (aceto, in ebraico moderno) è molto simile alla parola chumus (חומוס) che si riferisce sia ai ceci che alla crema di ceci. Secondo Meir Shalev lecito pensare che l’intingolo offerto a Ruth non fosse dell’agre aceto…

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Le leggendarie “guerre di Hummus” sono iniziate nel 2008 quando il Libano ha accusato Israele di utilizzare ciò che ritenevano dovesse essere la nazionalità, la pubblicità e il denaro del Libano. Il presidente dell’Associazione degli industriali libanesi, arrabbiato per il fatto che l’hummus fosse conosciuto e commercializzato attraverso l’Occidente come piatto israeliano, ha citato Israele per violazione delle leggi sul copyright degli alimenti. Il governo libanese ha chiesto all’UE di riconoscere l’hummus come libanese. Entrambi gli sforzi si sono dimostrati inefficaci.

Tuttavia, un’altra teoria popolare dice che l’hummus non è né biblico né libanese né siriano, ma egiziano. I libri di cucina del Cairo del XIII secolo descrivono un piatto fatto di ceci freddi, aceto, limone in salamoia, erbe e spezie.

I contrasti sul tema non si placano. Anche se ormai si mette da parte l’origine per discutere sul chi lo faccia meglio. Infatti, soprattutto gli israeliani non si stancano di litigare su quale sia l’hummusia migliore. Si tratta di locali specializzati quasi esclusivamente nell’esecuzione dell’hummus. Molto popolare è l’hummusia Abu Shukri a Gerusalemme, la Abu Hassan a Jaffa (area urbana di Tel Aviv) e la Said’s di Akko.

Vi proponiamo la nostra ricetta, che potete gustare con carni arrostite o falafel e pane arabo.

Ingredienti 

400 g di ceci lessati
150 g di acqua di cottura dei ceci
180 g di tahina
40 g di succo di limone
20 g di olio di oliva
10 g di sale
1 spicchio di aglio 

per guarnire
10 g di semi di sesamo tostati
olio extravergine di oliva 

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Procedimento

Con un frullatore ad immersione, frullate i ceci con la loro acqua, il succo di limone, l’aglio, il sale e l’olio, fino a quando otterrete una crema omogenea, densa e spumosa. Miscelate il composto alla tahina molto energicamente con un cucchiaio, ottenendo così una crema più chiara e densa.

Condite con olio di oliva e, a piacere, semi di sesamo tostati.

 

La Dispensa del Datterino – Lemon curd

Il lemon curd (dall’inglese “cagliata di limone”) è una crema spalmabile dalla consistenza vellutata e molto saporita, ideale per toast, pain brioche, muffin inglesi o scones. Viene tipicamente servita all’afternoon tea e la sua prima ricetta codificata la si ritrova nel “The Lady’s Own Cookery Book” di Lady Charlotte Campbell Bury nel 1844, ma nei ricettari britannici si ritrovano versioni più semplici note semplicemente come “crema al limone” anche in precedenza.

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Il lemon curd è una crema piuttosto ricca che contiene uova e burro, motivo per cui non la si può considerare una marmellata di limone e i suoi tempi di conservazione sono piuttosto brevi, se ne producono quindi in genere piccole quantità.

La preparazione ha il vantaggio di essere piuttosto semplice e il risultato sempre molto gradevole a patto che utilizziate ingredienti di prima qualità (uova freschissime e limoni bio non trattati).

Nei ricettari d’oltremanica il lemon curd viene utilizzato come insaporitore, farcitura in torte e pasticcini, frolle e semifreddi; noi vi suggeriamo di apprezzarlo in purezza su una fetta di pane tostato, pain brioche o su uno scone, insieme ad un afternoon tea blend, ovviamente.

Ingredienti (per una colazione/merenda per 4-6 persone)
80 g di burro
2 uova 
150g di zucchero
la scorza lavata e grattugiata di due limoni
il succo filtrato di due limoni
1 cucchiaio di maizena (o fecola di patate)

Scaldate un tegame a bagnomaria con il burro e lo zucchero e lasciate fondere lentamente. Intanto a parte frullate in una ciotolina il succo di limone con la maizena. In un altro contenitore sbattete le uova.

Quando lo zucchero sarà fuso nel burro (non deve soffriggere né imbrunire), aggiungete le uova e continuate a mescolare amalgamando il tutto; aggiungete quindi la scorza di limone grattugiata e il succo di limone con la maizena.

Continuate la cottura a bagnomaria fino a quando avrete ottenuto un composto denso e che “scrive” con il cucchiaio. Togliete quindi dal fuoco e lasciate raffreddare.

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Il curd andrebbe consumato a temperatura ambiente, non freddo. Se volete conservarne una piccola parte, riempite un vasetto di vetro a chiusura ermetica e sterilizzate a vapore o in acqua bollente per 10 minuti. Consigliamo di non consumare oltre una settimana dalla preparazione.

Fate tostare i vostri muffin inglesi o una spessa fetta di pain brioche e servite con un buon the caldo.

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Il Datterino in Franciacorta

Se c’è un luogo in Italia simbolo della passione per il territorio, dell’impegno per la qualità e l’eccellenza e della capacità di rinnovamento e innovazione nel rispetto della tradizione e della storia, è sicuramente la Franciacorta.

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Un piccolo lembo di terra in provincia di Brescia che lambisce le rive del lago d’Iseo e che negli ultimi quarant’anni è diventato sinonimo di produzione vitivinicola di altissima qualità, la Franciacorta deve probabilmente il suo nome alle Curtes Francae, le corti altomedioevali che grazie alla presenza del potere monastico godevano di esenzioni dal pagamento dei tributi (per questo dette appunto corti franche). Il territorio era noto per produzioni vinicole di scarso volume e frammentate nell’area, a mercato per lo più locale, già da molti anni, ma lo sviluppo e l’enorme impulso al raggiungimento dell’eccellenza produttiva si ebbe solo negli anni ’70, con l’introduzione del metodo classico e la produzione di vini spumanti. L’Unione Europea consente attualmente l’uso dell’indicazione Franciacorta per identificare solo i vini spumanti prodotti con il rigido disciplinare DOCG che prevede l’uso di cuvée di Chardonnay, Pinot Nero e Pinot Bianco (questo in misura non superiore al 50% del volume) e la presa di spuma con metodo classico mediante rifermentazione in bottiglia.

La storia di questo miracolo italiano è dominata da alcune personalità illustri e visionarie che, nell’epoca in cui lo Champagne rappresentava una realtà unica ed irrinunciabile nel panorama vinicolo mondiale, hanno saputo interpretare le potenzialità del territorio trasformando radicalmente il concetto di vino spumante italiano e la sua presenza sui mercati internazionali.

Uno di questi visionari è sicuramente colui che ha fondato la cantina Ca’ del Bosco, Maurizio Zanella, che ancora giovanissimo, all’inizio degli anni ’70, grazie al suo interesse per la vinificazione, trasformò una proprietà acquisita dalla madre Annamaria Clementi, in uno dei riferimenti storici di Franciacorta. La prima vendemmia è del 1976; vengono prodotti i tre spumanti Pinot Brut, Pinot Dosage Zéro e Pinot Rosé. Nel 1979 arriva il contributo di André Dubois, già chef de cave di una prestigiosa maison de Champagne e nascono i millesimati e i riserva, che rappresentano la gamma d’élite Ca’ del Bosco.


Il metodo classico

Il tradizionale metodo per la spumantizzazione, nato in Francia e perfezionato nel XVII e XVIII secolo con la produzione dello Champagne e per questo noto come méthode champenoise, è noto in Italia come metodo classico, in contrapposizione al metodo Charmat nel quale la spumantizzazione avviene per pressurizzazione indotta.

Il metodo prevede una vinificazione delle uve tramite lavatura, pressatura e fermentazione; alcuni mesi dopo, generalmente in primavera, viene preparata la cuvée che rappresenta l’assemblaggio dei vini in proporzioni ed annate differenti a seconda del tipo di risultato che si vuole ottenere. La cuvée si definisce millesimata quando almeno l’85% del volume appartiene ad uve della stessa annata. La cuvée viene quindi imbottigliata con l’aggiunta di una piccola parte di una miscela formata da lieviti selezionati e sciroppo di zucchero (il cosiddetto liqueur de tirage), che indurrà la successiva rifermentazione in bottiglia, responsabile dell’aumento dell’anidride carbonica e della formazione della spuma. Le bottiglie vengono quindi tappate con appositi tappi in plastica; quando il lievito avrà esaurito le sostanze nutritive, dopo circa due mesi, comincerà a morire e a depositarsi sul fondo; la pressione in bottiglia sarà circa sei volte quella atmosferica. Il vino completerà il suo affinamento sui lieviti in un periodo minimo di mesi deciso dal disciplinare di produzione e più lungo per i vini di pregio. In questo periodo aumenterà la complessità aromatica del vino, grazie alla presenza dei lieviti in bottiglia. Per avere un’idea, i vini Ca’ del Bosco sono affinati in bottiglia da un periodo minimo di 28 mesi (Cuvée Prestige) a un massimo di 7 anni (Franciacorta Riserva Annamaria Clementi).

La fase successiva, il cosiddetto remuage, consente la movimentazione di tutto il residuo di lievito verso il collo della bottiglia; le bottiglie vengono movimentate a mano o a macchina ruotandole su di un apposito sostegno, fino a portarle in posizione completamente verticale, a collo in giù. A questo punto avviene il dégorgement, o sboccatura, che oggigiorno viene eseguita raffreddando il collo della bottiglia fino a solidificare il piccolo volume di vino contenente il residuo ed estraendo poi il tappo. La pressione nella bottiglia permetterà l’espulsione del residuo e causerà la perdita di un piccolo volume di vino; questo viene normalmente sostituito con un piccolo volume di liqueur d’expédition, una miscela rappresentativa di ogni azienda, costituita da vino e zucchero. La quantità di zucchero presente nella liqueur determinerà la diversificazione del vino in diversi dosage. Avremo così dosage zéro (anche detto pas dosé, zucchero <3g/L), extra-brut (zucchero <6g/L), brut (<12g/L), extra-sec (<17g/L), sec (<32g/L), demi-sec (<50g/L), doux (>50g/L).

La bottiglia viene quindi definitivamente tappata con il classico tappo in sughero, etichettata ed inviata alla commercializzazione.


 

Abbiamo visitato la cantina in un pomeriggio d’inverno. Entriamo attraverso il “Cancello Solare”, opera di Arnaldo Pomodoro che ci conduce tra le colline coltivate a vite. L’area esterna è abitata da opere d’arte che sembrano vegliare sul territorio e che sono l’elaborazione di un senso estetico che appare come un monito e un obiettivo; dicono “qui tutto è arte, nella terra, nell’opera di trasformazione dei prodotti, nella bottiglia”.

L’atmosfera è davvero magica. Si percepisce all’istante che in quel luogo qualcosa di importante è accaduto, che la storia è stata fatta.

Iniziamo la visita da un plastico che riproduce su scala il territorio della Franciacorta, in particolare modo dove vengono coltivati i vari vitigni di Ca’ del Bosco e la storia del territorio.

Proseguiamo addentrandoci nel cuore dello stabilimento, dove il “metodo Ca’ del Bosco”, prende vita.

La storia di un flute di Franciacorta inizia con la vendemmia, intorno a metà agosto; la raccolta dei grappoli viene fatta rigorosamente a mano, onde evitare danneggiamenti di questa meravigliosa materia prima e in modo da permettere una prima selezione dei grappoli. E’ previsto anche un peso massimo che le ceste di raccolta possono raggiungere, 16 kg, al fine di evitare schiacciamenti. Dopodichè si procede con un raffreddamento in cella per evitare l’ossidazione e la fermentazione.

Il metodo Ca’ del Bosco prevede poi un importante passaggio, in uso a partire dalla vendemmia 2008, prima solo per i millesimati ed ora esteso a tutta la produzione ovvero il lavaggio dei grappoli all’interno di tre diverse vasche di ammollo. Infatti, le impurità presenti sull’uva e i gli agenti inquinanti possono generare dei problemi già nelle prime fasi della vinificazione. Prima del lavaggio viene eseguita una cernita, oltre a quella già fatta in sede di vendemmia, al fine di eliminare il prodotto che non deve proseguire la produzione. A questo punto inizia il lavaggio delle uve. Un percorso di tre vasche di ammollo, che prevede il movimento e il galleggiamento dei grappoli per borbottaggio d’aria e, infine, l’asciugatura. Lo definiscono l’idromassaggio dell’uva.

Questa parte dello stabilimento non è accessibile durante la visita.

Dopo il lavaggio si prosegue con la pressatura dei mosti. La Ca’ del Bosco divide i mosti in tre qualità: la prima spremitura verrà usata per comporre le cuvée più prestigiose (millesimati e riserva), la seconda utilizzata solo in parte per i non millesimati e la terza viene scartata o ceduta a terzi.  La vinificazione dei mosti di prima qualità è fatta per singola vigna.

Dopo la pressatura le cuveè vengono trasferite all’interno di enormi silos. Anche qui ci stupisce la cura del dettaglio e la grande passione che caratterizza quest’azienda, si percepisce continuamente la sensazione del sogno che diventa realtà; il grande rispetto per la materia prima, la voglia di dire al consumatore finale: abbiamo curato questo prodotto nei minimi dettagli, in ogni passaggio. Infatti, la stessa  movimentazione di mosti e vini non è lasciata al caso. Il metodo Ca’ del Bosco non prevede l’impiego di pompe al fine di non causare la rottura della tessitura del vino. E’ previsto l’utilizzo di un sistema basato su dislivelli e flussi per gravità. Ci hanno mostrato brevemente come un sistema di “ascensori del mosto” movimenta il vino ai diversi livelli dello stabilimento.

La visita prosegue nella parte più tradizionale dell’azienda, la barricaia. Le cuvée di millesimati e riserva (Cuvée Annamaria Clementi) vinificano in barrique. I profumi e le sensazioni che si percepiscono nella barricaia pervadono tutti i sensi, la tecnologia che si fonde con l’artigianato, il passato che si integra con il presente, e la percezione che la storia è stata fatta provando orgoglio per queste realtà che in fondo sono anche un po’ nostre.

La visita prosegue entrando in una grande sala dove ci viene spiegato il metodo di affinamento in bottiglie e il remuage, operazione che viene ancora effettuata a mano per i formati più grandi e per alcuni riserva.

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Dopo che i lieviti si sono depositati sul collo della bottiglia si deve passare alla fase del dégorgement ovvero della sbaccatura per far fuori uscire i lieviti ormai morti. In questa fase il vino subisce uno shock ossidativo, a causa dell’ossigeno che si introduce nel collo della bottiglia. Questo può comportare un deperimento del prodotto. La soluzione più usata, in questi casi, è aggiungere dosi importanti di anidride solforosa e antiossidanti. La Ca’ del Bosco si differenzia anche in questo. Nel 2005 è stata brevettata, dall’enologo di Ca’del Bosco Stefano Capelli e dal progettista Piero Bielli una speciale macchina tappatrice che consente l’eliminazione di ossigeno prima della tappatura. In questo modo viene effettuato il dégorgement in assenza di ossigeno, potendo ridurre la presenza di solfiti.

La riduzione dei solfiti è un tema molto sentito in Ca’ del Bosco, tanto che a partire dal 2012 su ogni etichetta viene indicato l’esatto quantitativo di solfiti. La legge, infatti, impone di indicare solo la presenza o meno degli stessi. I solfiti contenuti nell cuveè sono meno di un quarto rispetto alle soglie previste dalla legge. Questo avviene grazie all’enorme impegno nei vari passaggi della produzione, dalla pressatura all’ibbotigliamento; garantendo un prodotto più sano, buono e che non nuoce al consumatore finale.

Prima di concludere la visita, ci viene mostrata la sala dell’etichettatura delle bottoglie, che prevedono l’abbinamento di un codice con un laser in modo da garantire la tracciabilità dei lotti e prevenire eventuali contraffazioni.

Concludiamo la visita con la degustazione in una saletta molto accogliente. Noi abbiamo scelto il percorso riserva, pertanto, abbiamo degustato un Franciacorta Riserva Annamaria Clementi 2006 (extra-brut).

Dopo aver toccato con mano il metodo Ca’ del Bosco, abbiamo percepito in quella degustazione una vera e propria energia positiva, una storia e la voglia di affermare un grande prodotto di eccellenza tutto nostrano.

Il grande risultato ottenuto da questo piccolo territorio negli ultimi quarant’anni, ha portato l’Italia a livelli di eccellenza anche nella produzione di vini spumanti; una bottiglia di Franciacorta Riserva o un buon millesimato sono la scelta di chi ama la qualità, l’eccellenza e l’impegno tutto italiano.

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La Dispensa del Datterino – Vin Brulé (Mulled Wine, Glühwein, Glögg)

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Diffuso in tutta Europa con diversi nomi, il vin brulé (letteralmente vino bruciato) è la bevanda perfetta per riscaldare un freddo pomeriggio d’inverno. Il suo profumo speziato pervade le piazze e i mercatini durante tutto il periodo di Natale e grazie al suo basso tenore alcolico e al suo potere decongestionante e antisettico, è apprezzatissimo da tutti.

L’usanza di aromatizzare vino caldo con frutta e spezie è molto antica e risale all’epoca romana, anche se la ricetta che conosciamo oggi si è diffusa a partire dalle numerosissime ricette degli elisir a base di vino che venivano prodotti nei monasteri. Ne esistono versioni più o meno alcoliche, a seconda del tempo di bollitura o dell’eventuale bruciatura dell’alcol residuo con fiamma viva. Il risultato sarà comunque una bevanda che, grazie ai tannini del vino rosso, agli oli essenziali degli agrumi e alle spezie (chiodi di garofano), ha un dimostrato effetto contro i malanni stagionali.

Molto facile da preparare, potete aromatizzarlo a piacere e sorseggiarlo insieme ai panini dolci di Santa Lucia o a una fetta di strudel.

Ingredienti (per 6-8 persone)

1,5 l di vino rosso (barbera, dolcetto, valtellina)
150 g di zucchero
la scorza di due arance
la scorza di un limone
la scorza di un mandarino
2 stecche di cannella
7 chiodi di garofano
5 bacche di ginepro
un pizzico di noce moscata
un pizzico di cannella in polvere

Procedimento

Porre tutti gli ingredienti in un pentolino e lasciare riposare 15 minuti.

Portare ad ebollizione a fuoco dolce e lasciare sobbollire per 2-3 minuti. Con un fiammifero lungo o uno spiedino di legno infiammare il vino ancora in ebollizione e attendere che si esaurisca la fiamma. Togliere dal fuoco e filtrare con un canovaccio. Servire bollente.

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La Dispensa del Datterino – Lo zafferano

La storia

Esistono molteplici leggende legate alla storia dello zafferano: dall’amore di Croco per la ninfa Smilace, amore non approvato dagli Dei tanto da trasformare Croco in un fiore bellissimo e prezioso. Altra leggenda vuole che Mercurio avesse colpito inavvertitamente l’amico Croco e per ricordarne la memoria ne avesse tinto con il sangue la preziosa pianta.

Il fiore nel corso dei secoli è sempre stato associato alla regalità, alla divinità e alla nobiltà. E’ stato variamente usato nell’arte tintoria, la cosmesi e come medicamento.

Il più antico documento che ne attesta il suo uso è un papiro egiziano del XV secolo a.c. Successivamente giunse in Europa e in particolare nei paesi Mediterranei che ancora oggi lo coltivano.

Numerosi i documenti storici che affermano la presenza dello zafferano in Italia in diverse regioni del Centro Italia. La tesi prevalente afferma che lo zafferano è stato portato da un monaco abruzzese del Tribunale dell’Inquisizione nel XVI secolo dalla Spagna in Abruzzo; in Sicilia, in Sardegna e in alcuni paesi dell’Italia centrale la coltivazione fu sostenuta dai mercanti che ne lodavano la qualità.

La coltivazione

La pianta dello zafferano (crocus sativus) nasce da un piccolo bulbo che si sviluppa poi con foglie filiformi, color verde smeraldo e un fiore di colore viola da cui si ricava la spezia.

Se volte dilettarvi nella coltivazione dello zafferano potete farlo anche in vaso.

Lo zafferano si coltiva iniziando con la messa a dimora dei bulbi nel mese di agosto, come avviene per i fiori di tulipano. Vi occorrono una manciata di bulbi, a seconda dello spazio che avete a disposizione.

Lo zafferano teme i ristagni d’acqua nei sottovasi. Ricordate sempre di svuotarli. Inoltre, i fiori di zafferano hanno bisogno di molta luce, quindi scegliete bene la posizione dei vasi.

Tra la fine di ottobre e la prima settimana di novembre si avrà la prima fioritura; degli stupendi fiori viola.

I fiori di zafferano si schiudono soltanto per pochi giorni e appassiscono in fretta. Pertanto la raccolta deve avvenire alla prima fioritura.

Si consiglia di raccoglierli alle prime luci dell’alba quando i fiori sono chiusi in modo da non rovinare gli stimmi.

La raccolta

Gli stimmi di zafferano si trovano all’interno del fiore (tre stimmi di colore rosso).

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Dopo aver raccolto il fiore, aprire delicatamente i petali e procedere con l’estrazione degli stimmi.

 

Successivamente si procede con l’essicazione. Noi li abbiamo lasciati essiccare in forno appena tiepido, spento (massimo 45 gradi).

Dopodichè, lasciarli raffreddare e poi avvolgerli in tessuti o fogli di alluminio e poneteli in barattoli a chiusura ermetica.

Ricordatevi che i bulbi dello zafferano continuano a essere adatti alla coltivazione per quattro anni.