Il Datterino di Artusi – Zuppa inglese

Come utilizzare tutto l’alkermes della dispensa del Datterino? Non potevamo non proporvi un meraviglioso dessert al cucchiaio della tradizione italiana. La zuppa inglese, la cui origine è contesa tra l’Emilia, la Romagna e la Toscana, deriva probilmente da una rielaborazione del trifle inglese, un dolce a base di pasta dolce lievitata bagnata con sherry o rum, panna e frutta candita. La ricetta è stata poi rielaborata con l’aggiunta del pan di spagna e la sostituzione del rum con l’alkermes, liquore di produzione fiorentina molto in voga in epoca rinascimentale, che dona il caratteristico colore rosso; la crema pasticciera ha inoltre sostituito la panna e i frutti canditi della ricetta originale.

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Altre teorie vogliono che la zuppa inglese sia stata creata da un pasticciere romano che operava alla corte ducale di Parma, Vincenzo Agnoletti, all’inizio dell’800. La versione definitiva del dolce è comunque piuttosto recente, contenendo pan di spagna o savoiardi e crema pasticciera all’italiana. Le influenze che hanno contribuito alla nascita della zuppa inglese sono quindi diverse: il nome deriva probabilmente dall’iniziale uso del rum, liquore inglese, il pan di spagna è di origine ligure-francese e i savoiardi piemontesi; l’alkermes un prodotto tipicamente fiorentino. Il risultato è quindi un dolce tipicamente italiano, e che merita certamente un posto sul podio dei dolci al cucchiaio della nostra pasticceria nazionale.

Ne esistono oggi molte varianti, alcune che prevedono l’uso di una crema pasticciera al cacao, altre scaglie di cioccolato, altre frutta candita. Vi proponiamo una versione delicata della zuppa inglese, con una spolverata di cacao tra gli strati di crema e i savoiardi, che creano una consistenza più soda e che consente una bagnatura generosa.

 

Ingredienti (per 4 persone)

per la crema pasticciera
6 tuorli d’uovo
130 g di zucchero
45 g di amido di mais
700 mL di latte
aroma vaniglia

per la bagna all'alkermes
150 mL di acqua
1 cucchiaio di zucchero
150 mL di alkermes

per comporre il dolce
200 g di savoiardi
cacao amaro in polvere
zucchero a velo in polvere

Procedimento

Preparate la crema pasticciera.

Scegliete due casseruole per la cottura a bagnomaria; riponete l’acqua in quella più capiente e portate ad ebollizione. Nella casseruola più piccola sbattete i tuorli con lo zucchero e l’aroma vaniglia, fino ad ottenere un composto molto chiaro, soffice e spumoso.

Con un frullatore a immersione, frullate nel bicchiere l’amido di mais con 300mL di latte e incorporate quindi i restanti 400mL di latte.

Unite il latte alle uova, incorporando con la frusta. Cuocete a bagnomaria mantenendo l’acqua in ebollizione. Mescolate con un cucchiaio di legno durante la cottura, in modo che non si formino grumi nella crema; portate a bollore la crema e spegnete il fuoco. Continuate a mescolare fino a quando il composto non sarà addensato (la crema sarà pronta quando lasciando cadere il composto dal cucchiaio si potrà scrivere). Lasciate raffreddare completamente la crema (almeno 3 ore).

Preparate lo sciroppo; in un pentolino, sciogliete lo zucchero nell’acqua e portate ad ebollizione. Lasciate raffreddare. Aggiungete quindi l’alkermes.

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Quando la crema e la bagna saranno fredde, potrete comporre il dolce. Per dosare la crema vi consigliamo di usare una sac à poche. Stendete uno strato di crema su un piatto / pirofila. Coprite con uno strato di savoiardi bagnati nello sciroppo (immergeteli completamente per 2 secondi e lasciate colare l’eccesso), quindi un altro strato di crema.

Spolverate generosamente con cacao amaro. Continuate con un altro strato di savoiardi alternato ad uno strato di crema e procedete fino ad esaurimento degli ingredienti. Concludete con uno strato di crema. Riponete in frigorifero fino al momento di servire.

Spolverate con zucchero a velo bianco / rosa e servite.

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Il Datterino di Artusi – Pappa al pomodoro

Un piatto povero tipico della cucina toscana, divenuto famosissimo grazie alla canzone di Rita Pavone alias Gian Burrasca del 1964 che attribuisce alla pappa al pomodoro (e in senso lato alla cucina della tradizione) addirittura la virtù di sedare tumulti e insurrezioni popolari.

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Pappa al pomodoro – IlDatterino.com

 

Si tratta di un piatto semplice ma gustoso con protagonisti il pane sciocco (senza sale), il pomodoro e l’olio extravergine d’oliva toscano, cotti lentamente fino a divenire una “pappa”.

Generalmente insaporita da aglio e basilico, la pappa al pomodoro può prevedere in alcune zone l’aggiunta di cipolla e peperoncino.

Ve ne proponiamo una versione estiva, servita fredda con una crema di basilico. Per una ricetta vegana, potete sostituire la robiola con la stessa quantità di tofu.

Ingredienti (per 6 persone)

1L di brodo vegetale
800 g di polpa di pomodoro
1 cucchiaio di concentrato di pomodoro
300 g di pane toscano raffermo a fette
10 foglie di basilico
3 spicchi d'aglio rosso
olio EVO
sale, pepe nero

per la crema al basilico
200 g di robiola fresca
un mazzetto di basilico (25-30 foglie)
2 cucchiai di olio EVO

Procedimento

Portate ad ebollizione il brodo. Spegnete la fiamma ed immergetevi le fette di pane raffermo.

Intanto scaldate 5-6 cucchiai di olio d’oliva in una casseruola capiente e lasciate imbiondire l’aglio, tagliato grossolanamente. Aggiungete quindi la polpa e il concentrato di pomodoro e cuocete a fuoco vivace per 4-5 minuti.

Trasferite tutto il pane e il brodo nella casseruola con il pomodoro, con due prese di sale e il basilico tritato e un pizzico di pepe nero. Lasciate sobbollire a fuoco dolce per 45-50 minuti, mescolando di tanto in tanto.

Nel frattempo, preparate la crema al basilico. Frullate in un bicchiere la robiola con il basilico e l’olio, fino ad ottenere un composto fluido di colore verde pistacchio. Trasferite la crema in una sac-à-poche e lasciate riposare in frigorifero fino al momento di servire.

Una volta cotta la pappa, spegnete il fuoco e lasciate raffreddare a temperatura ambiente. Impiattate su un piatto piano da portata, condite con la salsa al basilico e guarnite con qualche fogliolina di basilico fresco.

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Pappa al pomodoro – IlDatterino.com

Il Datterino di Artusi – Pane frattau

Il pane carasau è uno degli ingredienti più tipici e conosciuti della gastronomia sarda. La sua storia è certamente legata alla pastorizia, le cui abitudini obbligavano i pastori a lunghi periodi lontano da casa e a consumare cibi che potessero conservarsi a lungo in assenza di sistemi di refrigerazione come appunto le sfoglie di pane carasau e il formaggio stagionato.

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Oltre che comprimario sulle tavole sarde, il pane carasau è protagonista di numerose ricette, per la sua versatilità e facilità d’impiego: secco o inumidito assume consistenze diverse e diverse possibilità d’impiego. Veniva tradizionalmente preparato in casa con un impasto di farina e lievito e sottoposto a una duplice cottura: una prima cottura dell’impasto, steso in una sfoglia sottile e una seconda cottura (tostatura o carasatura) che serviva ad eliminare l’acqua in eccesso e a rendere secca e croccante la sfoglia. Essendo comunque un impasto altamente glutinico e lievitato, la sfoglia di carasau, se reidratata, riacquista una sua elasticità e consistenza. Questo principio è alla base della preparazione del pane frattau, una gustosa millefeuille di pane carasau, pomodoro e pecorino, con un’elegante finitura di uovo poché.

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Tipico della Barbagia e della provincia di Nuoro, trae probabilmente origine dall’uso degli avanzi delle scorte alimentari dei pastori che, rientrati a casa dopo la transumanza, riportavano scarti di formaggio non consumato e pane frantumato (frattau); questi ingredienti venivano quindi mescolati con acqua o brodo di pecora e serviti come pietanza. L’uso del sugo di pomodoro è sicuramente più recente, legato alla diffusione del frutto nell’area mediterranea dopo i viaggi in America degli spagnoli e all’abitudine di preparare salse dense di pomodoro come intingoli per il pane.

L’uovo affogato rappresenta sicuramente un modo di arricchire il piatto, sia sotto il profilo del gusto che della nobiltà degli ingredienti.

A seconda della zona è uso condire il pane frattau con erbe aromatiche, come basilico o prezzemolo. Ve ne proponiamo una versione arricchita con foglie di menta fresca, davvero buonissima e con qualche fiocco di sale Maldon, che sarà il tocco gourmet di questo meraviglioso piatto della tradizione.

 

Ingredienti (per 4 persone) 

600 g di passata di pomodoro datterino
400 g di polpa di pomodorino ciliegino
2 spicchi d’aglio rosso
15 foglie di menta ed alcune per guarnire
150 g di pecorino sardo grattugiato
250 g di pane carasau
4 uova
1 litro di brodo di carne
sale
olio extravergine d’oliva

 

Procedimento

Filtrate il brodo di carne e portatelo ad ebollizione. Spegnete quindi il fuoco e lasciate intiepidire.

Preparate il sugo di pomodoro. In una casseruola mettete a cuocere a fuoco dolce tutto il pomodoro, il trito di aglio e menta, due cucchiai di olio d’oliva e una presa di sale. Lasciate sobbollire e ridurre per 15-20 minuti. Togliete dal fuoco.

In un pentolino portate ad ebollizione l’acqua con un cucchiaio di aceto bianco; aprite le uova separatamente in una ciotolina e ad una ad una, fatele scivolare nell’acqua bollente e cuocetele per circa un minuto e mezzo. Cuocete il successivo solo dopo aver cotto ed estratto il precedente dall’acqua con una schiumarola.

Potete ora comporre il piatto; passate un foglio di pane velocemente nel brodo tiepido e utilizzatelo come base del primo strato. Ricoprite quindi con il sugo e il pecorino e continuate per 4-5 strati. Ogni strato dovrà essere composto da un foglio di pane carasau, uno strato di sugo e una spolverata abbondante di pecorino grattugiato.

Al termine dell’ultimo strato, dopo il pecorino grattugiato, riponete al centro l’uovo poché; guarnite con qualche fogliolina di menta e qualche cristallo di sale Maldon (o un pizzico di sale grosso se non lo avete).

Il Datterino di Artusi – Schlutzkrapfen (ravioli tirolesi)

Gli schlutzkrapfen, conosciuti anche come ravioli tirolesi, sono una specialità tipica altoatesina, originari della Val Pusteria; appartengono alla tradizione contadina e sono preparati con una sfoglia di farina di segale e grano. La ricetta classica prevede un ripieno di spinaci e formaggio, insaporito da erba cipollina, una breve cottura in acqua salata e il condimento con burro fuso e formaggio.

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Questi ravioli hanno una caratteristica forma a mezzaluna e il bordo un po’ irregolare, chiuso a mano. Ne esistono alcune varianti, con ripieni diversi, in alcuni casi anche di carne, ma in ogni maso, la casa rurale tipica altoatesina, la padrona di casa ha la sua ricetta, fatta di anni di tradizione e di amore per gli ingredienti locali.

Vi proponiamo la ricetta più conosciuta, con spinaci, ricotta e parmigiano; la farina di frumento può essere sostituita anche completamente da farina d’orzo, ma la farina di segale non deve assolutamente mancare. In primavera, abbondate con l’erba cipollina fresca, darà un tocco di profumo e gusto inconfondibili.

Potete tirare la sfoglia a mano o a macchina; utilizzate uno spessore non troppo sottile (andrà bene il penultimo spessore delle macchine comunemente in commercio), in quanto è fondamentale che il raviolo non perda di consistenza in cottura. Il disco di pasta potrà avere un diametro di 5-7 cm. Vi consigliamo di passare velocemente gli spinaci cotti con un tritatutto, prima di aggiungere i formaggi e le spezie; la cremosità del ripieno, si presta benissimo alla porzionatura con una sac à poche.

Ingredienti (per circa 40 ravioli)
per l'impasto
170 g di farina di segale
100 g di farina di frumento 00
1 uovo
80 g di acqua
10 g di olio EVO
sale

per il ripieno
170 g di spinaci lessati
1 piccola cipolla bionda
1 spicchio d'aglio
10 g di erba cipollina
100 g di ricotta di latte vaccino
25 g di trentingrana o parmigiano grattugiato
20 g di burro
pepe nero, noce moscata
sale 

per il condimento
100 g di burro
20 g di erba cipollina
trentingrana o parmigiano grattugiato

Iniziate con la preparazione della sfoglia. Mescolate le due farine con una presa di sale. Battete velocemente l’uovo intero con l’acqua e l’olio, aggiungete alla farina e impastate, fino a ottenere un panetto omogeneo, che avrà una consistenza maggiore e sarà meno elastico rispetto alla classica pasta all’uovo. Avvolgete con una pellicola e lasciate riposare a temperatura ambiente.

Procedete con il ripieno. In una casseruola fate appassire l’aglio e la cipolla tritati con il burro; aggiungete quindi gli spinaci lessati, da cui avrete eliminato completamente l’acqua di cottura. Lasciate cuocere a fuoco dolce per 5-10 minuti.

Togliete dal fuoco e frullate per qualche secondo con il tritatutto. Aggiungete la ricotta, il parmigiano, il sale, il pepe, la noce moscata e l’erba cipollina tagliata (con una forbice o un coltello a piccole rondelle come in figura; non usate il tritatutto) e incorporate bene il tutto.

Riprendete il panetto di pasta. Tagliatene 1/4 e cominciate a tirare la sfoglia. Tagliate quindi la pasta con un disco di metallo (5-7cm di diametro). Riponete un po’ di ripieno al centro di ogni raviolo con una sac à poche. Con un dito bagnato, inumidite il bordo a tutta circonferenza. Chiudete quindi gli schlutzkrapfen a mezzaluna pizzicando e sigillando tutto il bordo. Procedete tirando la sfoglia un po’ per volta e mettendo quindi a riposare i ravioli spolverandoli di semola di grano duro, fino a quando avrete finito l’impasto e il ripieno.

In un pentolino lasciate fondere il burro a fuoco dolce e quando sarà tutto fuso e inizierà a soffriggere, spegnete il fuoco e aggiungete l’erba cipollina tagliata.

Lessate gli schlutzkrapfen in abbondante acqua salata cui avrete aggiunto due cucchiai d’olio (cuocete per 2 minuti).

Scolate e condite con il burro fuso e l’erba cipollina e una abbondante spolverata di formaggio grattugiato.

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Il Datterino di Artusi – Cantucci

Cantucci e vin Santo sono uno dei binomi classici che rimandano alla Toscana e alle sue tradizioni gastronomiche. Anche conosciuti come “biscotti di Prato”, si tratta di biscotti secchi alla mandorle caratterizzati da una doppia cottura e dalla consistenza molto secca e friabile.

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La prima traccia che si ha è del 1691, nel dizionario dell’Accademia della Crusca, ove si parla di un “biscotto a fette, di fior di farina, con zucchero e chiara d’uovo”, mentre la prima ricetta risale ad un secolo dopo, riportata in un manoscritto redatto da Amadio Baldanzi, cittadino di Prato.

Nel diciannovesimo secolo, Antonio Mattei, pasticciere di Prato ben noto a Pellegrino Artusi recuperò la ricetta, rivisitandola e codificando di fatto la ricetta tradizionale. I cantucci furono presentati all’esposizione universale di Parigi nel 1867, dallo stesso Mattei, dove ebbero numerosi riconoscimenti.

La versatilità della ricetta, ha prodotto negli anni numerose varianti della ricetta, dolci e salate. Vi proponiamo una ricetta che, come vorrebbe la tradizione, contiene una piccola quantità di pinoli e non contiene burro; l’uso moderno prevede di aggiungere burro (50g per le dosi consigliate) e di utilizzare solo mandorle non pelate.

Ingredienti (per 6-8 persone)

250 g di farina 00
200 g di zucchero a velo
1 uovo intero e 3 tuorli
4 g di lievito per dolci
100 g di mandorle 
40 g di pinoli

Procedimento

Fate tostare mandorle e pinoli in forno caldo a 200 °C per 5 minuti.

In una ciotola capiente, mescolate la farina, lo zucchero e il lievito. Aggiungete l’uovo e i tuorli e iniziate a impastare. Incorporate in modo omogeneo le mandorle e i pinoli tostati. Lasciate riposare l’impasto in frigorifero per 15 minuti.

Formate ora due “salsicciotti” di circa 30cm di lunghezza. Cuocete in forno caldo a 200 °C per 15-20 minuti. Estraete quindi dal forno e lasciate riposare per 10 minuti. Tagliate obliquamente ricavando dei cantucci dello spessore di circa 15mm e della lunghezza di 5-6cm. Riponete in forno ventilato a completare la cottura a 120 °C per 45-50 minuti, fino a quando i biscotti saranno ben dorati.

Lasciate raffreddare e servite con vin Santo.

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Il Datterino di Artusi – Pizza di Pasqua (crescia al formaggio)

La crescia al formaggio (conosciuta anche come pizza di Pasqua) è un tipico piatto pasquale diffuso soprattutto nelle Marche e in Umbria. Si tratta di una soffice torta salata di pasta lievitata arricchita con uova e formaggi (Parmigiano Reggiano, Pecorino) servita come accompagnamento ai salumi nella tradizionale colazione salata del giorno di Pasqua, o durante il pranzo della festa.

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Diffusa tutto l’anno in una versione più bassa e larga, detta ciaccia o torta al testo, dal nome del contenitore in cui viene cotta, durante le feste pasquali diventa più alta e soffice; la si prepara tradizionalmente il Venerdì Santo e la si lascia riposare fino a quando le campane della domenica non risuonano a festa. In passato, ogni famiglia prenotava in tempo utile il proprio turno al forno il Giovedì o il Venerdì Santo per poter cuocere la pizza di Pasqua e portava poi la crescia in chiesa il giorno di Pasqua per la benedizione.

Il termine si riferisce probabilmente alla crescita dell’impasto che avviene in forno ed è un nome comune che si riferisce anche ad altri prodotti da forno lievitati.

Le origini della pizza di Pasqua sono molto antiche, affondano le radici nel Medioevo; si narra che per prime furono le monache del monastero anconetano di Santa Maria Maddalena a prepararla. La ricetta venne codificata più tardi e la prima traccia scritta risale ad alcuni ricettari di monastero del XIX secolo; le dosi (per molte cresce) venivano riportate a quaranta uova (in riferimento ai quaranta giorni di Quaresima), come simbolo della ricompensa pasquale alla penitenza quaresimale.

Potete servirla ai vostri ospiti come accompagnamento ai salumi o semplicemente come sfiziosità nel cestino del pane. Se preferite una consistenza più soffice e un’occhiellatura più fine, potete utilizzare metà o un terzo del lievito di birra ed allungare i tempi di lievitazione (2-4 ore).

 

Ingredienti

250 g di farina 00 (W170)
250 g di farina manitoba (W350)
25 g di lievito di birra
150 g di Parmigiano Reggiano grattugiato
100 g di pecorino grattugiato
100 g di pecorino morbido a cubetti
5 uova
150 ml di latte
130 ml di olio extravergine d'oliva
mezzo cucchiaino di sale
un pizzico di pepe nero
un cucchiaino di zucchero
2 cucchiai di burro fuso

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Procedimento

Sciogliete il lievito in qualche cucchiaio di latte tiepido con il cucchiaino di zucchero.

In una ciotola capiente mescolate le farine, il parmigiano e il pecorino grattugiato, il pepe e il sale. Aggiungete tutto il latte e il lievito e iniziare ad impastare.

Aggiungete quindi al composto le uova (incorporandone una alla volta) e l’olio a filo e continuate ad impastare per 10-12 minuti (o almeno 20 minuti se impastate a mano).

Lasciate lievitare a temperatura ambiente per circa 20 minuti. Rompete la lievitazione reimpastando velocemente e incorporate i cubetti di formaggio.

Traferite il composto in uno stampo da forno rotondo a bordi alti (circa 20 cm di diametro e 10 cm di altezza), imburrato e infarinato. Lasciate lievitare a temperatura ambiente fino a quando l’impasto non sarà appena sotto i bordi dello stampo (circa un’ora).

Bucherellate con uno stecchino in modo uniforme, spennellate la superficie con il burro fuso e infornate in forno caldo a 160 °C, per circa 60-70 minuti; se tende a cuocere troppo in superficie, coprite con un doppio foglio di alluminio per alimenti (non prima che siano trascorsi 45 minuti di cottura o potrebbe perdere volume). Al termine della cottura, la crescia dovrà avere un bel colore dorato.

 

Il Datterino di Artusi – Pastiera napoletana

“Màngiat sta pastiera, e ncopp’ a posta
dimme cumm’era: aspetto ‘na risposta.
Che sarà certamente “Oj mamma mia!
Chest nunn’è nu dolce: è ‘na poesia!”

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La leggenda narra che la sirena Partenope, incantata dalla meraviglia del golfo di Napoli, tra Prosillipo e il Vesuvio, avesse deciso di vivere lì per sempre. In primavera la mitologica creatura emergeva dalle acque per rendere omaggio alla popolazione che abitava il golfo con meravigliosi canti d’amore.

Tanto erano emozionanti le sue note, che la popolazione, colma di gratitudine, incaricò sette fanciulle del villaggio di recarle i doni più preziosi della terra: la farina, simbolo di prosperità; la ricotta, simbolo di abbondanza; le uova, simbolo di vita e rinascita; il grano cotto nel latte, simbolo del lavoro dei campi; l’acqua di fiori d’arancio, simbolo di grazia e di nobiltà; le spezie, per ricordare i popoli del mondo; infine lo zucchero, per esprimere l’indescrivibile dolcezza del canto del mito di Partenope.

La bellissima sirena, compiaciuta del dono, fece ritorno alla sua dimora e con l’aiuto dell’opera degli dei, inebriati dai piacevoli sapori, unì il tutto e nacque la prima pastiera.

Più probabilmente il dolce nacque nei conventi di Napoli intorno al XVI secolo; la storia della pastiera è particolarmente legata a quella del convento di San Gregorio Armeno. Le suore del convento erano abilissime nella preparazione delle pastiere che poi venivano donate alle famiglie aristocratiche durante le festività pasquali.

La pastiera napoletana, che va preparata in anticipo, riconosce oggi molte varianti; nel salernitano è diffuso l’uso del riso al posto del grano e il ripieno può essere più o meno dolce, più o meno ricco di canditi e insaporito con cannella; talvolta si aggiungono gocce di cioccolato. Il grano viene da alcuni parzialmente frullato per una consistenza più cremosa. La frolla è tradizionalmente impastata con lo strutto che garantisce una maggior consistenza e croccantezza dell’involucro, ma potete usare anche il burro per una frolla più tradizionale (in questo caso la pastiera tenderà ad ammorbidirsi e andrà consumata entro 24 ore dalla cottura).

Perché non stupire parenti e amici con un dono speciale? Una pastiera fatta in casa sarà sicuramente un graditissimo regalo per le prossime festività pasquali.

Ingredienti (per 2-3 pastiere) 

per la frolla
750g di farina 00
300 g di strutto
300 g zucchero
1 bustina di vanillina
4 uova
la scorza di un’arancia

per il ripieno
700 g di ricotta
400 g di zucchero
6 uova
500 g di grano cotto
80 ml di acqua di fiori d’arancio
150 g di cedro candito e 50 g di arancia candita
200 ml di latte
30 g di burro
una scorza d’arancia
1 pizzico di cannella 

per guarnire
zucchero a velo 

Procedimento

Iniziate preparando la pasta per l’involucro della pastiera. Impastate velocemente le uova con lo zucchero, la farina, lo strutto, la scorza d’arancia e la vanillina. Avvolgete con una pellicola e lasciate riposare in frigorifero per almeno 30 minuti.

Intanto preparate il ripieno. In un pentolino cuocete il grano con il burro, il latte e una scorza di arancia. Portare ad ebollizione e lasciare sobbollire a fuoco dolce per 10-15 minuti, fino a quando il latte sarà stato assorbito. Rimuovere la scorza d’arancia e lasciate raffreddare.

A parte miscelate le uova con lo zucchero e la cannella, incorporate quindi la ricotta setacciata, l’acqua di fiori d’arancio, i canditi e il grano.

Dividete l’impasto in tre parti e stendetene due fino a uno spessore di 5-6mm e rivestite due “ruoti” da pastiera. Riempite con la farcia fino a qualche millimetro al di sotto del bordo. Stendete la terza parte d’impasto e ricavatene delle listarelle; disponetene 4-5 parallele tra loro e altre 4-5 in diagonale, sempre parallele tra loro, a formare dei rombi.

Cuocete le pastiere in forno caldo ventilato a 160 °C per 80-90 minuti. Lsciate raffreddare. Spolverate di zucchero a velo e servite.