La Dispensa del Datterino – Lo zafferano

La storia

Esistono molteplici leggende legate alla storia dello zafferano: dall’amore di Croco per la ninfa Smilace, amore non approvato dagli Dei tanto da trasformare Croco in un fiore bellissimo e prezioso. Altra leggenda vuole che Mercurio avesse colpito inavvertitamente l’amico Croco e per ricordarne la memoria ne avesse tinto con il sangue la preziosa pianta.

Il fiore nel corso dei secoli è sempre stato associato alla regalità, alla divinità e alla nobiltà. E’ stato variamente usato nell’arte tintoria, la cosmesi e come medicamento.

Il più antico documento che ne attesta il suo uso è un papiro egiziano del XV secolo a.c. Successivamente giunse in Europa e in particolare nei paesi Mediterranei che ancora oggi lo coltivano.

Numerosi i documenti storici che affermano la presenza dello zafferano in Italia in diverse regioni del Centro Italia. La tesi prevalente afferma che lo zafferano è stato portato da un monaco abruzzese del Tribunale dell’Inquisizione nel XVI secolo dalla Spagna in Abruzzo; in Sicilia, in Sardegna e in alcuni paesi dell’Italia centrale la coltivazione fu sostenuta dai mercanti che ne lodavano la qualità.

La coltivazione

La pianta dello zafferano (crocus sativus) nasce da un piccolo bulbo che si sviluppa poi con foglie filiformi, color verde smeraldo e un fiore di colore viola da cui si ricava la spezia.

Se volte dilettarvi nella coltivazione dello zafferano potete farlo anche in vaso.

Lo zafferano si coltiva iniziando con la messa a dimora dei bulbi nel mese di agosto, come avviene per i fiori di tulipano. Vi occorrono una manciata di bulbi, a seconda dello spazio che avete a disposizione.

Lo zafferano teme i ristagni d’acqua nei sottovasi. Ricordate sempre di svuotarli. Inoltre, i fiori di zafferano hanno bisogno di molta luce, quindi scegliete bene la posizione dei vasi.

Tra la fine di ottobre e la prima settimana di novembre si avrà la prima fioritura; degli stupendi fiori viola.

I fiori di zafferano si schiudono soltanto per pochi giorni e appassiscono in fretta. Pertanto la raccolta deve avvenire alla prima fioritura.

Si consiglia di raccoglierli alle prime luci dell’alba quando i fiori sono chiusi in modo da non rovinare gli stimmi.

La raccolta

Gli stimmi di zafferano si trovano all’interno del fiore (tre stimmi di colore rosso).

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Dopo aver raccolto il fiore, aprire delicatamente i petali e procedere con l’estrazione degli stimmi.

 

Successivamente si procede con l’essicazione. Noi li abbiamo lasciati essiccare in forno appena tiepido, spento (massimo 45 gradi).

Dopodichè, lasciarli raffreddare e poi avvolgerli in tessuti o fogli di alluminio e poneteli in barattoli a chiusura ermetica.

Ricordatevi che i bulbi dello zafferano continuano a essere adatti alla coltivazione per quattro anni.

Il Datterino di Artusi – Insalata russa

L’insalata russa è un antipasto freddo di verdure, ampiamente diffuso in Italia dall’inizio del Novecento; viene generalmente servito nei pranzi in famiglia del periodo Natalizio, trattandosi di una ricetta molto ricca, per la presenza della maionese e che può essere ulteriormente arricchita con la presenza di tonno, gamberetti, acciughe, secondo l’uso locale.

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Esistono varie teorie sull’origine della ricetta; una delle più note afferma che è stata creata intorno alla seconda metà dell’Ottocento da Lucien Olivier, cuoco di origine belga, nelle cucine dell’Hotel Hermitage di Mosca, dove i piatti francesi venivano spesso riadattati alla tradizione russa. Si narra che lo chef sperimentò un pastiche di petti di pernici, quaglie e code di gamberi di fiume ricoperti da gelatina e maionese aggiungendo patate, tartufi, sottaceti e uova. La ricetta piacque molto alla clientela aristocratica e si diffuse la moda di mescolare gli ingredienti a mo’ d’insalata condita.

Secondo un’altra teoria, questa insalata si chiama russa perché, durante l’invasione francese in Russia, un politico francese, Lucien Olivier (omonimo dello chef belga), l’aveva introdotta nel Paese, dove ancora continua infatti a chiamarsi insalata Olivier. Un’altra fonte colloca la nascita dell’insalata russa nel Cinquecento in Francia, dove sarebbe stata diffusa dopo l’arrivo di Caterina de’ Medici quando vi si trasferì nel 1533. Infine c’è chi sostiene che si tratti di un’invenzione tutta italiana. Il nome sarebbe l’omaggio del cuoco di corte dei Savoia alla visita di importanti delegati russi a fine ‘800.

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La ricetta di Artusi è arricchita dalla barbabietola, successivamente caduta in disuso ma che oggi si ritrova piuttosto frequentemente nelle varianti del piatto.

Per noi del Datterino, l’insalata russa è una di quelle ricette della memoria a cui non possiamo rinunciare e che rimanda alle feste Natalizie in famiglia; per questo non potevamo esimerci dal seguire il gusto del ricordo, che prevede, secondo l’uso piemontese, di arrichire la maionese con tonno e alici.

Ingredienti (per 6 persone)

per la maionese

3 tuorli d’uovo
375 g di olio di semi di girasole
30 g di succo di limone
10 g di aceto di vino bianco
sale q.b. e, se piace, un pizzico di pepe bianco

per l'insalata 

80 g di radicchio variegato
140 g di barbabietola rossa*
200 g di patate*
100 g carote*
120 g piselli*
50 g fagiolini*
40 g di cetriolini sottaceto
25 g di capperi sottaceto
120 g di tonno sott’olio
2 filetti di alici sott’olio
5 uova sode

(* si intende il peso lessato)

Procedimento

Per la maionese

Utilizzando un frullatore ad immersione, frullate i tuorli insieme a metà del succo di limone. Aggiungete quindi gradatamente l’olio, frullando e incorporandolo progressivamente e, raggiunta la metà dell’olio, incorporate l’altra metà del succo di limone; proseguite quindi con l’olio a filo fino ad esaurirlo. Aggiungete l’aceto bianco. Ottenuta un’emulsione fluida ed omogenea, dall’aspetto opaco, salare e pepare. Lasciate riposare in frigo per un paio d’ore.

Per la composizione

Lavate e asciugate le foglie di radicchio e tagliatele a listarelle. Lessate separatamente i fagiolini, le patate, le carote e la barbabietola. Tagliate le carote, le patate, i fagiolini e la barbabietola a pezzetti delle dimensioni di un cece. Mescolate insieme tutte le verdure e salate.

Sminuzzate finemente i filetti di alici insieme al tonno sgocciolato. In una ciotolina mescolate il tonno e alici con tre cucchiai abbondanti di maionese, fino ad ottenere una crema omogenea.

Aggiungete alle verdure il composto, due uova sode a tocchetti e tutta la maionese rimasta. Mescolate fino a rendere il composto omogeneo.

Tagliare le altre tre uova sode per usarle come guarnizione (potete usare un tagliauova).

Componete il piatto secondo il vostro gusto e lasciate riposare in frigorifero per 3-4 ore.

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Potete servire l’insalata come antipasto con grissini o crostini di pane o, secondo un uso più antico, per accompagnare lessi o arrosti.

Come antipasto, può essere abbinato ad un vino bianco spumante molto secco, es. un Franciacorta dosage zero.

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La Pizzeria Nazionale, Milano

Per un sabato sera, meglio poolish o biga?

Se avete dei dubbi, potete fare un salto alla Pizzeria Nazionale, a Milano. Il locale si trova in via Palermo, zona Brera, recentemente riaperto dopo un restyling accurato. In un ambiente molto grazioso, che ricorda un giardino estivo, è possibile gustare un’ottima pizza slow, accompagnata da pregevoli birre artigianali di produzione nazionale.

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Il menu propone una piccola selezione di antipasti e contorni tipici dello street food italiano (polpettine di baccalà, mozzarella in carrozza, parmigiana, bruschette), ma a farla da padrone è la pizza, che viene proposta in due varianti, con impasto soffice o croccante.

L’impasto soffice è prodotto con lievitazione indiretta grazie ad una miscela lievitante solida, la biga, che consente una lunga lievitazione dell’impasto (almeno 12 ore) utilizzando minime quantità di lievito. L’impasto croccante è invece costituito da un prefermento lievitante fluido, il poolish, che viene poi aggiunto alla miscela di farina di grano tenero e farina di riso e fatto lievitare per circa 12 ore.

Le pizze vengono poi cotte in forni elettrici in pietra che producono una cottura del tutto simile a quella del forno a legna tradizionale.

 

A seconda dei gusti si può scegliere tra pizze più tradizionali (margherita, marinara, napoletana, capricciosa) o più ricercate (parma e crema di bufala, burrata e tartufo, salsiccia e patate viola); noi abbiamo provato la diavola ‘nduja con impasto soffice e la parma e crema di bufala con impasto croccante. La pizza soffice è una tipica pizza napoletana con cornicione spesso e morbido; con la ‘nduja e basilico il connubio risulta equilibrato e molto gustoso.

La pizza croccante con crudo e crema di bufala ha un gusto più delicato, che avrebbe forse potuto giovarsi di un condimento più generoso.

Nota positiva è sicuramente il prezzo, che per le pizze varia dai 5 ai 12 euro, senza rinunciare alla qualità dei prodotti e senza doversi sottoporre ad un trattamento da fast food.

Consigliato per una cena informale o in coppia.

Vini: nessun vino, una birra chiara e una MoleCola.

Il conto: 35 € (2 persone)

Il Datterino di Artusi – Strudel

“Non vi sgomentate se questo dolce vi pare un intruglio nella sua composizione e se dopo cotto vi sembrerà qualche cosa di brutto, come un’enorme sanguisuga, o un informe serpentaccio, perché poi al gusto vi piacerà.”

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In Italia lo strudel è considerato il dolce altoatesino per eccellenza. Il suo caratteristico profumo rimanda al sapore dell’autunno, all’aria pungente di montagna, a un caldo focolare domestico. Si tratta comunque di un dolce di provenienza balcanica e la sua ricetta è considerata patrimonio della pasticceria austro-ungarica, nella quale rientra a partire dal progressivo consolidarsi dell’egemonia austriaca in Ungheria, dopo che questa vide ripetute dominazioni da parte dell’impero ottomano. Dalla tradizione pasticciera turca, che utilizza frutta, miele e noci in dolci molto aromatici (come ad esempio il baklava), si diffonde in Ungheria e poi nell’Impero d’Austria e in quello che ora è territorio di Trento e Bolzano, laddove abbondano mele di ottima qualità.

Se ne trovano oggi numerose varianti, sia nella farcia che nella pasta. Non è raro nei caffè di Bolzano l’uso della frolla; la ricetta “originale” viennese prevede però l’uso di una sfoglia compatta molto sottile (simile a quella della pasta all’uovo) ed è a questa ricetta che si rifà l’Artusi nel suo libro e che vi proponiamo.

Per la farcia si prediligono mele acidule, come le renette, le granny smith o le golden non completamente mature. L’uvetta può essere fatta rinvenire in grappa, brandy o rum. Il pan grattato tostato ha lo scopo di isolare e assorbire l’umidità del ripieno e di permettere una cottura più uniforme della pasta.

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Lo strudel è ottimo servito tiepido e può essere accompagnato con panna montata e frutti di bosco, gelato alla vaniglia o anche una clotted cream all’inglese.

Ingredienti (per 4 persone)

per la pasta strudel

250 g di farina “00”
1 uovo
50 g di burro
50 ml di latte tiepido
una presa di sale

per il ripieno

850 g di mele (corrispondono circa a 5 mele)
100 g di uvetta
1 cucchiaio di cannella
un pizzico di noce moscata
50 ml di grappa
la scorza grattugiata di un limone
80 g di pan grattato
50 g di burro
il succo di mezzo limone

per guarnire

latte
zucchero a velo

Procedimento

Per la pasta

Aggiungere alla farina l’uovo intero e il burro sciolto tiepido ed iniziare ad impastare con il latte, incorporando pian piano tutta la farina. Impastare a mano fino ad ottenere un panetto morbido e di consistenza elastica. Ungere il panetto con un po’ di burro e lasciar riposare per 30 minuti a temperatura ambiente, coprendolo con pellicola per alimenti.

Per il ripieno

Mettere in ammollo l’uvetta con la grappa.

In una padella far tostare il pan grattato con il burro, fino a quando assumerà un colore ambrato, rimestando continuamente.

Sbucciare le mele e metterle in ammollo in una ciotola con acqua molto fredda e il succo di limone. Dividere le mele in quattro parti, eliminare il torsolo e affettarle a pezzetti.

Aggiungere alle mele lo zucchero, l’uvetta, la scorza di limone, la cannella e la noce moscata. Mescolare il tutto e lasciar riposare.

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Infarinare il panetto di pasta e stenderlo con un matterello su un canovaccio infarinato a sua volta, fino ad ottenere una sfoglia liscia e molto sottile, dandole una forma irregolarmente rettangolare.

Stendere uno strato di pan grattato tostato sulla pasta in una strato sottile a circa 10cm dal margine lungo (ottenendo un rettangolo di circa 10cm x 30cm).

Stendere quindi il ripieno sul pan grattato, fino a circa 3cm dai margini laterali.

Con l’aiuto del canovaccio arrotolare la pasta in un solo senso fino a chiudere completamente. Ripiegare i bordi laterali verso il basso. Posizionare su una placca da forno e spennellare la superficie con latte.

Cuocere in forno statico caldo a circa 180°C per 50 minuti; il dolce dovrà apparire di un bel colore ambrato.

Servito a fine pasto può essere abbinato con un Moscato Giallo del Trentino o un Moscato d’Asti; per una pausa dolce nel pomeriggio, con un caffè o un the nero.

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Il Datterino di Artusi – Pesce a taglio in umido

Il Datterino di Artusi – Pesce a taglio in umido

“Di questa ricetta vo debitore a una vedova e spiritosa signora il cui marito, siciliano, si divertiva a manipolare alcuni piatti del suo paese, fra i quali il nasello alla palermitana e il pesce a taglio in umido…”

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Per la preparazione di questo piatto si possono usare varie tipologie di pesce, come il branzino o il dentice; noi vi suggeriamo l’uso della ricciola, pesce azzurro molto pregiato, dalle carni bianco-rosee compatte.

La ricetta dell’Artusi, nella sua semplicità, può essere eventualmente arricchita con prezzemolo, olive, capperi o altri ingredienti secondo l’uso della vostra regione.

Ingredienti (per 4 persone)

2 ricciole di piccola taglia (circa 600g l’una)
1 cipolla bionda
2 coste di sedano
1 chiodo di garofano
600 g di passato di pomodoro
2 spicchi d’aglio rosso
un peperoncino ciliegino piccante 
150 g farina “00” 
olio extravergine di oliva q.b.
sale e pepe q.b.

Procedimento

Sfilettare la ricciola. Con un coltello affilato per il pesce, incidere trasversalmente al di sotto della testa e al di sopra della coda fino alla lisca. Passare la lama per il lungo rimandendo a ridosso della lisca fino a ricavare il filetto. Ripetere il passaggio sull’altro lato, ottenendo così due filetti per ogni pesce; non eliminare la pelle. Rimuovere eventuali spine residue presenti.

Infarinare i filetti e preparare un trito con il sedano, cipolla e l’aglio. In un’ampia padella rosolare i filetti infarinati nell’olio (circa un minuto per lato).

Togliere i filetti rosolati dalla padella e tenerli da parte. Nella stessa padella fare un soffritto con il trito di cipolla, sedano e aglio; aggiungere un chiodo di garofano.

Lasciare imbiondire, quindi aggiungere la salsa di pomodoro; salare e pepare a piacere. Vi consigliamo di aggiungere un peperoncino ciliegino per una leggera nota piccante ed esaltare la mediterraneità del piatto. Lasciatelo sobbollire per circa 15 minuti a fuoco dolce.

Immergere i filetti nel sugo e completare la cottura del pesce per 4/5 minuti. Si consiglia di coprire i filetti con la salsa ma di non voltarli per non rovinare l’integrità della polpa.

Servite il pesce con abbondante sugo di cottura.

Suggeriamo di abbinare con un vino bianco fruttato, come un Roero Arneis del Piemonte.

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Enoclub, Alba (CN)

Tra Asti e Cuneo, in un paesaggio ricco di vigneti, noccioli e betulle, nel suo più tipico apparire autunnale fatto di colline immerse nella nebbia, si trova uno dei terroir più fecondi d’Italia, la regione delle Langhe. Se i signori di questo piccolo regno del gusto sono i tanti vini, le nocciole ed i tipici formaggi e salumi, il tartufo bianco ne è certamente il principe.

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La raccolta di questo magnifico prodotto spontaneo della terra avviene principalmente tra ottobre e novembre ed in questi mesi la città di Alba si trasforma in un vero e proprio mercato internazionale del tartufo.

La passeggiata che conduce attraverso le vie del centro, gremite di avventori e turisti provenienti da molte parti del mondo, da piazza Duomo e attraverso via Vittorio Emanuele, conduce in piazza Michele Ferrero (ex piazza Savona), ove si trova il ristorante Enoclub.

Il locale consta di una moderna sala contemporanea (il Caffè Umberto Bistrot) che si apre sui portici della piazza e, al piano interrato, di una pittoresca sala frutto del recupero di una vecchia cantina, l’Enoclub Ristorante. L’ambiente è curato ed elegante, suggestivo per la qualità del recupero architettonico, dell’arredo e dell’illuminazione.

Il menu, ristretto e molto ricercato, propone ingredienti tipici del Piemonte, ma con un piglio innovativo e deciso; nel periodo della fiera del tartufo propone anche una selezione di piatti che sono tradizionalmente associati a questo magnifico ingrediente. Il nostro pranzo inizia con un’amuse bouche di “cialda croccante e polpo su crema di topinambur”, dal gusto pregevolmente delicato e con un primo forte richiamo al territorio.

Ci lasciamo quindi tentare dai piatti al tartufo con “uovo bio poché con fonduta e tartufo bianco” e “tajarin 30 tuorli al burro d’alpeggio con tartufo bianco”, abbinamenti tipici che esaltano l’intenso profumo e il gusto delicato; ottima la fonduta al castelmagno.

Proseguiamo con “spalla di manzo brasata, porcini e spinaci”, “guancia di maiale, purè di sedano rapa e castagne e funghi pioppini” e la “lingua di bue croccante, salsa rossa e bagnèt verde, senape e salsa cren”. Le carni proposte, a tipica cottura lunga, risultavano morbide e saporite. Particolarmente pregevole la lingua di bue con riduzione al vino rosso con le tipiche salse al prezzemolo (bagnèt verde) e rafano (cren).

Una piccola selezione di dessert, prevalentemente al cucchiaio. Abbiamo provato il “cremoso cioccolato fondente, cachi, meringa e crumble di castagne”, la “torta di nocciola, zabaione al marsala, gelato alla nocciola” e “cremoso cioccolato bianco bruciato, noci, pan brioche al finocchietto, gelato ai fichi”. Consigliamo particolarmente la torta di nocciola, profumato e delicato fine pasto, ottimamente accompagnato con un vino liquoroso.

Il servizio è stato discreto, puntuale e molto efficiente, la mise en place minimale ed elegante.

Il posto è altamente consigliato, in particolare per un pranzo o una cena di coppia o un’occasione più formale.

Vini: Merlot, “Bellotti, Semplicemente Vino Rosa”

Il conto: 270 € (3 persone)

Il Datterino di Artusi – Cappelletti all’uso di Romagna

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“Nissun piat gosta e vel com’ i caplett al de d’Nadel” (nessun piatto gusta e vale come i cappelletti il giorno di Natale).

I cappelletti romagnoli sono uno dei piatti più diffusi, controversi e reinterpretati della cucina italiana. Un classico piatto di Natale ampiamente apprezzato in tutta l’Italia settentrionale.

La loro origine è molto antica (risalgono probabilmente al 1600); la prima testimonianza storica dell’arte del cappelletto risale al 1811, quando il prefetto di Forlì scrisse in un rapporto conoscitivo sulle tradizioni locali per il governo napoleonico: “A Natale presso ogni famiglia si fa una minestra di pasta col ripieno di ricotta che chiamasi cappelletti; l’avidità di tale minestra è così generale, che da tutti, e massime dai preti, si fanno delle scommesse di chi ne mangia una maggior quantità”.

L’Artusi, originario di Forlimpopoli, sicuramente conosceva bene questo piatto e ne parla nel suo “La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene”, proponendo la versione classica romagnola con il ripieno di carne magra di cappone e ricotta. Esistono comunque altre versioni considerate storiche; passando da Ferrara a Imola e Rimini, il cappelletto diventa più grande e il ripieno più magro.

La ricetta del Datterino segue le indicazioni dell’Artusi (ripieno di cappone e ricotta); la dimensione dei dischi utilizzata è di 60mm. Per stendere la sfoglia abbiamo usato una macchina sfogliatrice di quelle comunemente reperibili in commercio.

Ciò non toglie che se avete le doti di una vera zdora romagnola, potete cimentarvi con un grosso matterello a tirare la sfoglia per i vostri cappelletti.

 

Ingredienti (per circa 100 cappelletti, per 4 persone)

per il brodo

1 costa di sedano
1 cipolla bionda
1 carota
1 pezzo di carne di cappone (es. mezzo petto)
2 foglie di salvia
1 foglia di alloro
2 chiodi di garofano
1 ciuffetto di rosmarino
sale q.b.

per il ripieno

250 g di petto di cappone
100 g di formaggio raviggiolo
100 gr di ricotta vaccina
80 gr parmigiano reggiano
la scorza grattugiata di mezzo limone
1 uovo intero
50 g di burro
1 foglia di salvia
1 ciuffetto di rosmarino
1 spicchio d’aglio in camicia
noce moscata grattugiata q.b.
sale e pepe q.b.

per la pasta all’uovo

4 uova
400 gr di farina 00 (proteine <10g/100g)

Procedimento

Per il brodo

In una pentola capiente, mettere tutti gli ingredienti e riempire con acqua (con questa dose è possibile preparare circa due litri di brodo). Cuocere a fuoco vivace fino a bollore, quindi a fuoco basso per circa due ore, lasciando sobbollire. Schiumare e filtrare il brodo con un canovaccio bianco pulito. Salare q.b.

Per il ripieno

Eliminare la pelle dal petto di cappone e tagliare la carne a tocchetti. Far sciogliere in una padella il burro, aromatizzare con una foglia di salvia e un ciuffetto di rosmarino. Appena il burro inizia a soffriggere aggiungere i pezzetti di cappone e uno spicchio d’aglio in camicia. Soffriggere fino a iniziale doratura della carne.

Tritare finemente la carne; aggiungere il formaggio raviggiolo e la ricotta, l’uovo, la noce moscata, la scorza di limone, sale e pepe.

Per la pasta all’uovo

Formare una fontana di farina sulla spianatoia, posizionare le uova al centro. Mescolare le uova con la farina utilizzando i rebbi di una forchetta ed impastare con le mani fino ad ottenere una pasta liscia ed eleastica.

Stendere la pasta con un grosso matterello o con una macchina sfogliatrice, fino ad uno spessore molto sottile (dovrebbe essere possibile vedere una luce attraverso la sfoglia). Con una rotella a taglio liscio o un coppapasta tondo da 60mm, ottenere dei dischi di pasta della stessa dimensione. Porre al centro di ogni disco di pasta un po’ di ripieno aiutandosi con un cucchiaino (il ripieno dovrebbe avere una forma sferica con un diametro complessivo di circa la metà di quella del disco di pasta).

Per dare la tipica forma al cappelletto, piegare a metà il disco di pasta sul ripieno sigillando i bordi (si viene a formare una mezzaluna); saldare i margini della mezzaluna pizzicandoli su un polpastrello e sollevare la corona di pasta attorno al ripieno verso l’alto. Posizionare ogni singolo cappelletto su una superficie antiaderente spolverata di semola di grano duro. Procedere con la pasta, stendendola poco a poco (in 4-5 tempi) in modo da evitare che si asciughi troppo una volta stesa (questo renderebbe più difficoltosa la chiusura del cappelletto).

Lasciare riposare i cappelletti formati per qualche ora. Portare ad ebollizione abbondante brodo, salare a piacere e cuocere i cappelletti per circa 2 minuti da quando emergono in superficie. Servire subito con una spolverata di parmigiano reggiano grattugiato.

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La dose classica è di circa due dozzine di cappelletti a commensale; devono emergere dal brodo e non essere completamente immersi.

Si possono accompagnare con uno chardonnay o pinot grigio, preferibilmente fermo.

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GAM Bistrot Coreano, Milano

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Se pensiamo alle differenze tra cucine europee, come quella francese, italiana, tedesca, pur in un continente piccolo e che da sempre ha avuto notevoli scambi culturali al suo interno, non ci si può meravigliare delle grandi differenze che esistono tra le molte cucine asiatiche.

Sempre più popolari nelle grandi città, i ristoranti asiatici o fusion sono dei luoghi dove si possono trovare concentrati i profumi e i sapori dell’oriente in una versione “all’occidentale” che quasi mai urta la sensibilità del nostro gusto. Alcune tradizioni culinarie del grande continente sono rimaste generalmente un po’ al di fuori di queste proposte eclettiche, ma da qualche tempo stanno emergendo e sono apprezzate anche da noi.

La cucina coreana, ad un primo impatto molto asiatica, si rivela nella sua essenza molto mediterranea; l’uso del pomodoro e del peperoncino, della carne di manzo e maiale sempre associata ad elementi vegetali, la cottura al barbecue, la conservazione di verdure fermentate etc. avvicinano molto la cucina italiana a quella del paese del calmo mattino.

Non è la prima volta che siamo venuti a contatto con i sapori di Corea; tra le varie proposte quella di “GAM Bistrot Coreano” ci è sembrata di buon livello. Il locale, recentemente ristrutturato con un concept minimale e moderno da bistrot urbano, si trova nella zona molto vivace di Corso Como a Milano.

Il menu propone piatti tradizionali come il bibimbap (un piatto unico di riso verdure e carne), il kimbap (un rotolo di alga con carne e verdure), il kimchi (il tipico cavolo fermentato piccante) e il galbi (carne marinata alla griglia).

Il pasto coreano non prevede una netta separazione tra primi e secondi piatti; si tratta sempre di piatti unici più o meno elaborati, tra i quali abbiamo scelto il “kimchi jeon”, una frittatina di kimchi, uova e cipollotti bianchi e “bulgoghi kimbap”, rotolo di alga con riso, manzo marinato e verdure.

Abbiamo provato anche il kimchi di cavolo al naturale, uguale a quello che si può trovare in ogni ristorante di Seul. I piatti erano ben eseguiti, piuttosto fedeli alla tradizione; i sapori dell’olio di sesamo, salsa di soia e del piccante risultavano ben equilibrati ma sempre ben distinti.

Proseguiamo con il “bulgoghi bibimbap” con manzo marinato, verdure, riso, gochujang (salsa piccante di soia fermentata, polvere di riso e peperoncino) e salsa di soia. Il piatto è un paradigma di una cucina che ama molto contaminare e raggruppare sapori diversi; va mangiato rigorosamente con il cucchiaio, la cui presenza sul tavolo non rappresenta una gentile concessione alla tradizione occidentale, e va mescolato energicamente. Le bacchette coreane (che sono quasi sempre in metallo, a differenza di quelle cinesi), non vengono praticamente mai usate per il riso.

Tra le bevande proposte ve ne sono due tipicamente coreane, il soju, un distillato di riso e orzo e il makkoli, una bevanda di riso fermentato a basso tenore alcolico.

I dolci, dei quali abbiamo assaggiato il “tiramisu al the matcha” e la “pannacotta allo zenzero” sono risultati molto gradevoli a fine pasto, pur avvicinandosi più ad una proposta nostrana che asiatica.

Il locale è consigliato per un pranzo informale.

Vini: nessun vino; una bottiglia di makkoli.

Il conto: 61€ (2 persone).

Antica Trattoria Ferrari, Pavia

In una bella giornata di sole autunnale, in un fluire di ricordi dei tempi universitari, quando ad ottobre iniziava l’avventura di un nuovo anno di studi, di nuove scoperte e l’idea di un traguardo si faceva sempre più reale, la curiosità di rivivere “le case, le strade, i viali” di allora, ci ha spinto in una gita fuori porta in quel di Pavia.

La città si presta ad una lunga passeggiata alla scoperta, o riscoperta, di monumenti, antiche glorie accademiche e fasti longobardi. Al di là del ponte coperto, immagine iconica della città, si trova Borgo Ticino, caratteristico quartiere situato sulla riva destra del fiume. Appena oltre il ponte, lungo la via principale, si trova l’Antica Trattoria Ferrari, antico locale molto conosciuto in città, dove abbiamo deciso di fare una pausa per il pranzo.

L’ingresso e le sale richiamano la tradizione, con la predilezione del legno e del cotto; l’ambiente ha un aspetto agreste, curato. Il menù è vario propone piatti con ingredienti e cotture molto legate alla tradizione, con alcuni abbinamenti interessanti per la tipologia di cucina.

ferrari ravioli

Ordiniamo due primi “ravioli di brasato con sugo al brasato” e “risotto con rape rosse e gorgonzola”. Le preparazioni e le cotture sono buone, il risotto ben mantecato, anche se avremmo preferito una nota più acida di barbabietola a contrastare il forte sentore del formaggio.

I ravioli, con le tipiche irregolarità della pasta fresca fatta in casa, con la giusta consistenza di pasta e ripieno; ottimo il sugo di brasato.

ferrari risotto

Arriviamo quindi ai secondi; abbiamo deciso di provare “guancia di manzo al bonarda e cipolle dolci” e “costolette d’agnello in crosta di sesamo”. Le carni di buona qualità, morbidissima la guancia di manzo, anche se forse lievemente troppo speziato il sugo di cottura.

La proposta dei dolci merita sicuramente un elogio; prevalenza di preparazioni tradizionali ma con alcune idee più originali. Ci è sembrato giusto provare un po’ dell’uno e dell’altro, con la “crostatina di farina di castagne pere e cioccolato” e il “semifreddo al tartufo d’oltrepò con crema di nocciola”.

La frolla della crostatina molto leggera e la farcia delicata e non stucchevole. Il semifreddo è stata una piacevole scoperta; il gusto rotondo delle nocciole e la nota pungente del tartufo accostate in modo equilibrato.

Il locale è adatto per un pranzo o una cena informale tra amici o in famiglia.

Una nota va fatta però al servizio, eccessivamente lento, e alle frequenti esuberanze dello chef, che di tanto in tanto giungono all’orecchio dei commensali.

Vini: Greco di Tufo “Feudi di San Gregorio” 2016

Il conto: 86 € (2 persone)

Al Garghet, Milano

“Questo è un piatto che bisogna lasciarlo fare ai Milanesi, essendo una specialità della cucina lombarda. Intendo quindi descriverlo senza pretensione alcuna, nel timore di non essere canzonato.”

garghet risotto1

Così Pellegrino Artusi parla dell’ossobuco (o osso buco), in modo quasi reverenziale. Non stupisce che, ancora oggi, alcuni piatti della cucina regionale italiana rappresentino dei “santuari” del gusto a cui approcciarsi con molta cura e rispetto.

Da non milanesi, il nostro approccio alla cucina regionale lombarda è stato filtrato da anni di risotti allo zafferano preparati secondo varie scuole di pensiero e canoni di gusto che quasi mai si rifacevano alla vera tradizione milanese. Una tradizione che non ci ha lasciato indifferenti e che abbiamo voluto riscoprire in modo più sincero. Dopo alcune ricerche dentro e fuori la città, ci siamo imbattuti in una location molto suggestiva alle porte di Milano, il ristorante “Al Garghet”.

garghet sala

In un casolare dal sapore antico si aprono una serie di sale ognuna con un nome e arredi diversi, piccole e intime, che trasmettono subito il calore di un pranzo in famiglia.

Ci si immerge nella tradizione già a partire dal menu, tutto scritto in dialetto milanese, che presenta i grandi classici del passato e alcune proposte più moderne con ingredienti semplici e saporiti. Ci sono i “fiur de süca”, il “risott saltà cont la luganega”, la “cotoleta del Garghet”, la “cassöeula”…

Il nostro pranzo inizia con il classico “risott a la milanesa”; riso Carnaroli al dente ben mantecato all’onda. Il profumo dello zafferano è intenso.

Proseguiamo con “osbus in gremolada” (ossobuco in gremolada) e “mondeghili”. L’ossobuco, un pezzo d’osso muscoloso dell’estremità della coscia di vitello con il midollo, viene cotto con verdure e aromi in umido e quindi condito con la gremolada, un trito di prezzemolo, aglio e scorza di limone grattugiata. L’ossobuco è servito su un letto di risotto al burro e parmigiano. La cottura lunga rende la carne morbida e gustosa.

I mondeghili, polpettine di carne fritte nel burro, sono un piatto di recupero tipico della cucina milanese. Vengono preparati con carne di manzo, pane ammollato, uova, aglio e cipolla; semplici, ma non smetteresti più di mangiarli!

La proposta dei dolci è piuttosto ricercata ma comunque legata alla tradizione lombarda. Abbiamo provato lo “sferamisù” e “la paciarella”. Il primo è una rivisitazione del classico dolce, racchiuso in una sfera di sfoglia di cioccolato che viene sciolta con un infuso caldo al caffè. La “paciarella” una torta di pane al cioccolato con castagne. Entrambi particolari e adatti al fine pasto.

Il servizio è stato discreto e puntuale. Consigliato per un’occasione informale in famiglia (ideale per un pranzo domenicale).

Vini: Roero Arneis “Malvirà” 2016

Il conto: 113 € (2 persone)