Il Datterino con la Valigia – Francia – Quiche Lorraine

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Tipica torta salata della tradizione francese, la quiche è composta da una base di pasta brisé e un ripieno legato da panna e uova. Il termine quiche deriva molto probabilmente dal tedesco Kuchen, torta, ed è un retaggio delle varie fasi storiche di dominazione tedesca della regione della Lorena; lo si ritrova per la prima volta in un registro dell’ospedale Saint-Julien di Nancy del 1605.

La quiche lorraine è sicuramente una delle più note, arricchita con pancetta affumicata e formaggio gruyère (anche se storicamente il formaggio non era presente); nota anche come quiche vosgienne. Sembra che con l’origine di questo piatto c’entri ancora una volta Stanislao, re detronizzato di Polonia e duca di Lorena, lo stesso che avrebbe inventato il babà.

Il dibattito sulla presenza o meno del gruyère non è ancora risolto, mentre il Syndicat National de Défense et de Promotion de l’Authentique Quiche Lorraine vieta categoricamente l’uso di altri ingredienti (tonno, salmone, cipolle) talora presenti in qualche versione meno fedele.

In passato si usava per l’involucro una pasta di pane lievitata, ma è oggi invalso l’uso della brisé, con la quale la quiche lorraine si è diffusa in tutto il mondo.

Servitene una fetta ancora tiepida con un’insalata verde e avrete un ottimo piatto unico oppure, per un antipasto o un aperitivo sfizioso, fatene una rettangolare, da dividere a quadrotti.

Per l’impasto potete lavorare la brisé a mano o con il gancio a foglia di una planetaria, ma dovrà essere molto rapido, il burro non si dovrà scaldare. Lasciate riposare la pasta prima di stenderla, per favorire una maggiore croccantezza in cottura ed utilizzate una farina a basso tenore proteico (W170).

 

Ingredienti (per 6 persone)

per la pasta brisé

300 g di farina “00”
150 g di burro
25ml cucchiai di acqua molto fredda
1 cucchiaino di sale

per il ripieno

3 uova
300 ml di panna
200 g di pancetta affumicata a cubetti
150 g di gruyère grattugiato grossolanamente
noce moscata
sale e pepe

Procedimento

Preparare la pasta brisé, impastando velocemente farina, burro ammorbidito a pezzetti, il sale e l’acqua. Ottenuto un panetto riporre in frigorifero per 30 minuti.

Porre quindi il panetto di pasta sul piano di lavoro, appiattirlo un po’ con le mani, quindi stendere con il matterello tra due fogli di carta forno, fino ad ottenere un disco di 5mm di spessore.

Trasferire la pasta ancora con la carta da forno su uno stampo rotondo di circa 26 cm di diametro e rimuovere lo strato superficiale della carta forno.

Pareggiare i bordi con il matterello eliminando l’eccesso di pasta e riporre in freezer per 10-15 min. Intanto preparare la farcia e preriscaldare il forno a 180°C.

Con una frusta miscelare insieme le uova, la panna, un pizzico di sale, noce moscata e pepe nero.

Estrarre lo stampo con la pasta dal freezer. Bucherellare il fondo con i rebbi di una forchetta. Distribuire la pancetta sul fondo della quiche, poi il formaggio e infine il composto di uova e panna.

Cuocere in forno statico per 50-55 minuti.

Il Datterino in Franciacorta

Se c’è un luogo in Italia simbolo della passione per il territorio, dell’impegno per la qualità e l’eccellenza e della capacità di rinnovamento e innovazione nel rispetto della tradizione e della storia, è sicuramente la Franciacorta.

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Un piccolo lembo di terra in provincia di Brescia che lambisce le rive del lago d’Iseo e che negli ultimi quarant’anni è diventato sinonimo di produzione vitivinicola di altissima qualità, la Franciacorta deve probabilmente il suo nome alle Curtes Francae, le corti altomedioevali che grazie alla presenza del potere monastico godevano di esenzioni dal pagamento dei tributi (per questo dette appunto corti franche). Il territorio era noto per produzioni vinicole di scarso volume e frammentate nell’area, a mercato per lo più locale, già da molti anni, ma lo sviluppo e l’enorme impulso al raggiungimento dell’eccellenza produttiva si ebbe solo negli anni ’70, con l’introduzione del metodo classico e la produzione di vini spumanti. L’Unione Europea consente attualmente l’uso dell’indicazione Franciacorta per identificare solo i vini spumanti prodotti con il rigido disciplinare DOCG che prevede l’uso di cuvée di Chardonnay, Pinot Nero e Pinot Bianco (questo in misura non superiore al 50% del volume) e la presa di spuma con metodo classico mediante rifermentazione in bottiglia.

La storia di questo miracolo italiano è dominata da alcune personalità illustri e visionarie che, nell’epoca in cui lo Champagne rappresentava una realtà unica ed irrinunciabile nel panorama vinicolo mondiale, hanno saputo interpretare le potenzialità del territorio trasformando radicalmente il concetto di vino spumante italiano e la sua presenza sui mercati internazionali.

Uno di questi visionari è sicuramente colui che ha fondato la cantina Ca’ del Bosco, Maurizio Zanella, che ancora giovanissimo, all’inizio degli anni ’70, grazie al suo interesse per la vinificazione, trasformò una proprietà acquisita dalla madre Annamaria Clementi, in uno dei riferimenti storici di Franciacorta. La prima vendemmia è del 1976; vengono prodotti i tre spumanti Pinot Brut, Pinot Dosage Zéro e Pinot Rosé. Nel 1979 arriva il contributo di André Dubois, già chef de cave di una prestigiosa maison de Champagne e nascono i millesimati e i riserva, che rappresentano la gamma d’élite Ca’ del Bosco.


Il metodo classico

Il tradizionale metodo per la spumantizzazione, nato in Francia e perfezionato nel XVII e XVIII secolo con la produzione dello Champagne e per questo noto come méthode champenoise, è noto in Italia come metodo classico, in contrapposizione al metodo Charmat nel quale la spumantizzazione avviene per pressurizzazione indotta.

Il metodo prevede una vinificazione delle uve tramite lavatura, pressatura e fermentazione; alcuni mesi dopo, generalmente in primavera, viene preparata la cuvée che rappresenta l’assemblaggio dei vini in proporzioni ed annate differenti a seconda del tipo di risultato che si vuole ottenere. La cuvée si definisce millesimata quando almeno l’85% del volume appartiene ad uve della stessa annata. La cuvée viene quindi imbottigliata con l’aggiunta di una piccola parte di una miscela formata da lieviti selezionati e sciroppo di zucchero (il cosiddetto liqueur de tirage), che indurrà la successiva rifermentazione in bottiglia, responsabile dell’aumento dell’anidride carbonica e della formazione della spuma. Le bottiglie vengono quindi tappate con appositi tappi in plastica; quando il lievito avrà esaurito le sostanze nutritive, dopo circa due mesi, comincerà a morire e a depositarsi sul fondo; la pressione in bottiglia sarà circa sei volte quella atmosferica. Il vino completerà il suo affinamento sui lieviti in un periodo minimo di mesi deciso dal disciplinare di produzione e più lungo per i vini di pregio. In questo periodo aumenterà la complessità aromatica del vino, grazie alla presenza dei lieviti in bottiglia. Per avere un’idea, i vini Ca’ del Bosco sono affinati in bottiglia da un periodo minimo di 28 mesi (Cuvée Prestige) a un massimo di 7 anni (Franciacorta Riserva Annamaria Clementi).

La fase successiva, il cosiddetto remuage, consente la movimentazione di tutto il residuo di lievito verso il collo della bottiglia; le bottiglie vengono movimentate a mano o a macchina ruotandole su di un apposito sostegno, fino a portarle in posizione completamente verticale, a collo in giù. A questo punto avviene il dégorgement, o sboccatura, che oggigiorno viene eseguita raffreddando il collo della bottiglia fino a solidificare il piccolo volume di vino contenente il residuo ed estraendo poi il tappo. La pressione nella bottiglia permetterà l’espulsione del residuo e causerà la perdita di un piccolo volume di vino; questo viene normalmente sostituito con un piccolo volume di liqueur d’expédition, una miscela rappresentativa di ogni azienda, costituita da vino e zucchero. La quantità di zucchero presente nella liqueur determinerà la diversificazione del vino in diversi dosage. Avremo così dosage zéro (anche detto pas dosé, zucchero <3g/L), extra-brut (zucchero <6g/L), brut (<12g/L), extra-sec (<17g/L), sec (<32g/L), demi-sec (<50g/L), doux (>50g/L).

La bottiglia viene quindi definitivamente tappata con il classico tappo in sughero, etichettata ed inviata alla commercializzazione.


 

Abbiamo visitato la cantina in un pomeriggio d’inverno. Entriamo attraverso il “Cancello Solare”, opera di Arnaldo Pomodoro che ci conduce tra le colline coltivate a vite. L’area esterna è abitata da opere d’arte che sembrano vegliare sul territorio e che sono l’elaborazione di un senso estetico che appare come un monito e un obiettivo; dicono “qui tutto è arte, nella terra, nell’opera di trasformazione dei prodotti, nella bottiglia”.

L’atmosfera è davvero magica. Si percepisce all’istante che in quel luogo qualcosa di importante è accaduto, che la storia è stata fatta.

Iniziamo la visita da un plastico che riproduce su scala il territorio della Franciacorta, in particolare modo dove vengono coltivati i vari vitigni di Ca’ del Bosco e la storia del territorio.

Proseguiamo addentrandoci nel cuore dello stabilimento, dove il “metodo Ca’ del Bosco”, prende vita.

La storia di un flute di Franciacorta inizia con la vendemmia, intorno a metà agosto; la raccolta dei grappoli viene fatta rigorosamente a mano, onde evitare danneggiamenti di questa meravigliosa materia prima e in modo da permettere una prima selezione dei grappoli. E’ previsto anche un peso massimo che le ceste di raccolta possono raggiungere, 16 kg, al fine di evitare schiacciamenti. Dopodichè si procede con un raffreddamento in cella per evitare l’ossidazione e la fermentazione.

Il metodo Ca’ del Bosco prevede poi un importante passaggio, in uso a partire dalla vendemmia 2008, prima solo per i millesimati ed ora esteso a tutta la produzione ovvero il lavaggio dei grappoli all’interno di tre diverse vasche di ammollo. Infatti, le impurità presenti sull’uva e i gli agenti inquinanti possono generare dei problemi già nelle prime fasi della vinificazione. Prima del lavaggio viene eseguita una cernita, oltre a quella già fatta in sede di vendemmia, al fine di eliminare il prodotto che non deve proseguire la produzione. A questo punto inizia il lavaggio delle uve. Un percorso di tre vasche di ammollo, che prevede il movimento e il galleggiamento dei grappoli per borbottaggio d’aria e, infine, l’asciugatura. Lo definiscono l’idromassaggio dell’uva.

Questa parte dello stabilimento non è accessibile durante la visita.

Dopo il lavaggio si prosegue con la pressatura dei mosti. La Ca’ del Bosco divide i mosti in tre qualità: la prima spremitura verrà usata per comporre le cuvée più prestigiose (millesimati e riserva), la seconda utilizzata solo in parte per i non millesimati e la terza viene scartata o ceduta a terzi.  La vinificazione dei mosti di prima qualità è fatta per singola vigna.

Dopo la pressatura le cuveè vengono trasferite all’interno di enormi silos. Anche qui ci stupisce la cura del dettaglio e la grande passione che caratterizza quest’azienda, si percepisce continuamente la sensazione del sogno che diventa realtà; il grande rispetto per la materia prima, la voglia di dire al consumatore finale: abbiamo curato questo prodotto nei minimi dettagli, in ogni passaggio. Infatti, la stessa  movimentazione di mosti e vini non è lasciata al caso. Il metodo Ca’ del Bosco non prevede l’impiego di pompe al fine di non causare la rottura della tessitura del vino. E’ previsto l’utilizzo di un sistema basato su dislivelli e flussi per gravità. Ci hanno mostrato brevemente come un sistema di “ascensori del mosto” movimenta il vino ai diversi livelli dello stabilimento.

La visita prosegue nella parte più tradizionale dell’azienda, la barricaia. Le cuvée di millesimati e riserva (Cuvée Annamaria Clementi) vinificano in barrique. I profumi e le sensazioni che si percepiscono nella barricaia pervadono tutti i sensi, la tecnologia che si fonde con l’artigianato, il passato che si integra con il presente, e la percezione che la storia è stata fatta provando orgoglio per queste realtà che in fondo sono anche un po’ nostre.

La visita prosegue entrando in una grande sala dove ci viene spiegato il metodo di affinamento in bottiglie e il remuage, operazione che viene ancora effettuata a mano per i formati più grandi e per alcuni riserva.

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Dopo che i lieviti si sono depositati sul collo della bottiglia si deve passare alla fase del dégorgement ovvero della sbaccatura per far fuori uscire i lieviti ormai morti. In questa fase il vino subisce uno shock ossidativo, a causa dell’ossigeno che si introduce nel collo della bottiglia. Questo può comportare un deperimento del prodotto. La soluzione più usata, in questi casi, è aggiungere dosi importanti di anidride solforosa e antiossidanti. La Ca’ del Bosco si differenzia anche in questo. Nel 2005 è stata brevettata, dall’enologo di Ca’del Bosco Stefano Capelli e dal progettista Piero Bielli una speciale macchina tappatrice che consente l’eliminazione di ossigeno prima della tappatura. In questo modo viene effettuato il dégorgement in assenza di ossigeno, potendo ridurre la presenza di solfiti.

La riduzione dei solfiti è un tema molto sentito in Ca’ del Bosco, tanto che a partire dal 2012 su ogni etichetta viene indicato l’esatto quantitativo di solfiti. La legge, infatti, impone di indicare solo la presenza o meno degli stessi. I solfiti contenuti nell cuveè sono meno di un quarto rispetto alle soglie previste dalla legge. Questo avviene grazie all’enorme impegno nei vari passaggi della produzione, dalla pressatura all’ibbotigliamento; garantendo un prodotto più sano, buono e che non nuoce al consumatore finale.

Prima di concludere la visita, ci viene mostrata la sala dell’etichettatura delle bottoglie, che prevedono l’abbinamento di un codice con un laser in modo da garantire la tracciabilità dei lotti e prevenire eventuali contraffazioni.

Concludiamo la visita con la degustazione in una saletta molto accogliente. Noi abbiamo scelto il percorso riserva, pertanto, abbiamo degustato un Franciacorta Riserva Annamaria Clementi 2006 (extra-brut).

Dopo aver toccato con mano il metodo Ca’ del Bosco, abbiamo percepito in quella degustazione una vera e propria energia positiva, una storia e la voglia di affermare un grande prodotto di eccellenza tutto nostrano.

Il grande risultato ottenuto da questo piccolo territorio negli ultimi quarant’anni, ha portato l’Italia a livelli di eccellenza anche nella produzione di vini spumanti; una bottiglia di Franciacorta Riserva o un buon millesimato sono la scelta di chi ama la qualità, l’eccellenza e l’impegno tutto italiano.

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La Dispensa del Datterino – Vin Brulé (Mulled Wine, Glühwein, Glögg)

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Diffuso in tutta Europa con diversi nomi, il vin brulé (letteralmente vino bruciato) è la bevanda perfetta per riscaldare un freddo pomeriggio d’inverno. Il suo profumo speziato pervade le piazze e i mercatini durante tutto il periodo di Natale e grazie al suo basso tenore alcolico e al suo potere decongestionante e antisettico, è apprezzatissimo da tutti.

L’usanza di aromatizzare vino caldo con frutta e spezie è molto antica e risale all’epoca romana, anche se la ricetta che conosciamo oggi si è diffusa a partire dalle numerosissime ricette degli elisir a base di vino che venivano prodotti nei monasteri. Ne esistono versioni più o meno alcoliche, a seconda del tempo di bollitura o dell’eventuale bruciatura dell’alcol residuo con fiamma viva. Il risultato sarà comunque una bevanda che, grazie ai tannini del vino rosso, agli oli essenziali degli agrumi e alle spezie (chiodi di garofano), ha un dimostrato effetto contro i malanni stagionali.

Molto facile da preparare, potete aromatizzarlo a piacere e sorseggiarlo insieme ai panini dolci di Santa Lucia o a una fetta di strudel.

Ingredienti (per 6-8 persone)

1,5 l di vino rosso (barbera, dolcetto, valtellina)
150 g di zucchero
la scorza di due arance
la scorza di un limone
la scorza di un mandarino
2 stecche di cannella
7 chiodi di garofano
5 bacche di ginepro
un pizzico di noce moscata
un pizzico di cannella in polvere

Procedimento

Porre tutti gli ingredienti in un pentolino e lasciare riposare 15 minuti.

Portare ad ebollizione a fuoco dolce e lasciare sobbollire per 2-3 minuti. Con un fiammifero lungo o uno spiedino di legno infiammare il vino ancora in ebollizione e attendere che si esaurisca la fiamma. Togliere dal fuoco e filtrare con un canovaccio. Servire bollente.

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Il Datterino di Artusi – Fügassa (focaccia alla genovese)

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La fügassa, o focaccia alla genovese, è un prodotto da forno tipico della tradizione ligure, le cui origini risalgono almeno al XV secolo quando era già in uso presentarla durante i banchetti nuziali e nei giorni di festa. Nel tempo, la sua fragranza e la sua versatilità le hanno conferito un’ampia diffusione; in Liguria la si mangia a colazione nel caffelatte, come spuntino mattutino o come aperitivo accompagnata da un bicchiere di vino. I fornai iniziano a sfornarla prestissimo e fino a tarda mattinata.

Si tratta, nella sua versione classica, di un prodotto da forno fragrante e appetitoso, fatto di pasta di pane lievitata più volte e spennellata d’olio e sale. La sua lievitazione è generalmente molto lenta (più di 20 ore), fatta in più tempi e con pochissimo lievito. Se però volete prepararla a casa, vi diamo una ricetta semplice e più rapida, idonea anche per la cottura nel forno domestico.

Presentatela a tavola ancora tiepida con i salumi tipici della vostra regione e un bicchiere di vino bianco molto secco. Sarà un aperitivo molto apprezzato! Oppure, se volete un assaggio della tradizione ligure, per una colazione unica, tuffatene una fetta in una tazza di caffelatte caldo.

Nella nostra ricetta abbiamo utilizzato anche farina bianca multicereali, che renderà più fragrante e rustico il risultato. Potete comunque utilizzare una mistura di farina manitoba (metà del peso, per la formazione di un’adeguata maglia glutinica) e bianca 00 (altra metà del peso).

Ingredienti (per una focaccia per 6-8 persone)

per l'impasto
250g di farina manitoba
250g di farina bianca multicereali (segale, orzo, riso, avena)
10g di olio extravergine di oliva
350g di acqua a temperatura ambiente
1 cucchiaino di zucchero
1 cucchiaino di sale
25g di lievito di birra

per l'emulsione d'olio
50g di olio extravergine di oliva
50g di acqua
10g di sale

Procedimento

Sciogliete il lievito di birra in una ciotolina con poca acqua e aggiungete il cucchiaino di zucchero.

In una planetaria con il gancio a uncino impastate le due farine con l’acqua, l’olio e il sale, per almeno 5 minuti. Quando avrete ottenuto un impasto omogeneo ed elastico, aggiungete anche il lievito di birra sciolto. Continuate ad impastare per altri 8-10 min, aumentando progressivamente la velocità. E’ possibile impastare a mano, allungando i tempi (impastare per 15-20 minuti) anche se la consistenza molto morbida dell’impasto lo rende più difficile; abbiate comunque cura di non aggiungere altra farina all’impasto.

Lasciate riposare e lievitare per 15 minuti. Reimpastate velocemente per 1-2 minuti nella planetaria.

Rivestite una placca da forno con carta forno. Ungetevi le mani di olio e riponete l’impasto sulla teglia. Spennellate il panetto di olio e lasciatelo lievitare in forno spento per 10 minuti.

Intanto preparate l’emulsione di olio; in una ciotolina create sbattete con una forchetta l’olio, l’acqua e il sale, fino ad ottenere un’emlusione omogenea e di aspetto opaco.

Trascorsi i dieci minuti, sempre con le mani unte d’olio, stendete la pasta rapidamente fino a riempire tutta la teglia lasciando il bordo più alto. La pasta deve fare una terza lievitazione per altri 10 minuti.

Fate quindi dei buchi con le dita sull’impasto e versatevi sopra l’emulsione precedentemente preparata in modo uniforme. Lasciate riposare per altri 10 min. Intanto accendete il forno a 220°C.

Cuocete in forno statico per circa 25 minuti, fino a quando avrà raggiunto un bel colore dorato. Servite tiepida.

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Daniel, Milano

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Che cos’è la cucina italiana contemporanea?

Lo abbiamo chiesto, attraverso i suoi piatti, a Daniel Canzian, chef di rinomata genìa (giovane allievo di Gualtiero Marchesi e fino a qualche anno fa executive chef del Marchesino alla Scala).

Il suo ristorante Daniel, alle porte della vivace zona di Brera, a Milano è un luogo tranquillo ed elegante che colpisce subito per l’atmosfera sobria da “vernissage” e per la cucina a vista che accoglie i clienti all’arrivo.

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Vedere la brigata di cucina all’opera dà sicuramente un senso di ospitalità molto accentuato, e a nostro avviso anche una schietta trasparenza nei confronti degli ospiti.

Si può scegliere tra il menu à la carte e due menù degustazione. Scegliamo il menù degustazione “Qui, la cucina si reinventa ogni giorno”. Piatti dai nomi evocativi e un po’ provocatori. “Da Venezia a Shanghai” è il gioco d’entrée: bastoncini di pasta aromatizzata al nero di seppia, paprika, zafferano e prezzemolo, ripieni di baccalà mantecato; tradizione e innovazione con gusto deciso. Sublime anche la selezione di pane e prodotti da forno.

Proseguiamo con “petali di pesce San Pietro marinato all’olio dolce di mandorle, finocchi e arance”; piatto molto fresco, delicato ed equilibrato nei sapori.

Ci viene ora servito il famoso: “divisionismo in cucina… un risotto exponenziale”, risotto alla parmigiana con spolverata di paprika affumicata, curry e the nero. Un piatto di carattere con un abbinamento dai contrasti ben riusciti. Molto bella l’idea di riprendere sulla base del piatto i colori delle spezie, con un disegno che ripete la composizione del piatto.

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Proseguiamo con “zucca ai trucioli di castagna, aromi mediorientali” con zaatar e salsa tahina, nel quale avremmo preferito un po’ più di acidità, magari nella tahina.

Arriviamo ai secondi: “bignè di pesce sciabola, tartufo nero e salsa al vino bianco” e “piccione alle arachidi, mais, verza e patate soffiate”. Ottimo il bignè di pesce, delicato e intrigante nei profumi e nel gusto con la progressiva scoperta del tartufo e la perfetta nota acida della salsa al vino bianco.

Sul piccione esprimiamo qualche perplessità; l’abbinamento della carne di piccione con le arachidi esalta molto il gusto netto e ferroso di entrambi, rendendolo un piatto dal gusto eccessivamente incisivo, con note amare; a nostro gusto il piccione richiede un accompagnamento grasso delicato e un contrasto acido e fresco, non un appesantimento oleoso e amarognolo.

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Prima di condurci verso il fine pasto ci viene offerta una selezione di formaggi con composte e marmellate; “la buca l’è minga straca…”! La transizione al dessert arriva con lo “sgroppino all’aji charapita, salvia ed erbe fini”; premesso che a noi del Datterino il gusto piccante non ha mai creato disagio, in questa versione sorbetto la commistione tra peperoncino e salvia risultava quasi violenta.

Concludiamo con la “sfera di cioccolato omaggio ad Arnaldo Pomodoro”; impatto visivo molto bello e curato. Gusto pieno, rotondo; coulis al frutto della passione un po’ sovrabbondante.

Pregevole la piccola pasticceria offerta con il caffè.

Complessivamente abbiamo apprezzato molto l’ambiente e l’atmosfera del locale, discreto il servizio, a tratti impacciato. Il percorso del menu un po’ accidentato con tante suggestioni, in alcuni casi un po’ forzate. I piatti migliori assaggiati “da Venezia a Shanghai” e il “bignè di pesce sciabola”. Un’esperienza comunque consigliata.

Vini: Ca’ del Bosco, Vintage Collection Brut 2012

Il conto: 115 €/ps

Il Datterino con la Valigia – Regno Unito – Christmas Pudding

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“Oplà! Questo sì che è vapore! Il pudding era fuori dalla pentola. Un profumo come di biancheria; era il canovaccio! Un profumo come di osteria e pasticceria insieme con una lavandaia alla porta accanto. Questo era il pudding! In mezzo minuto la sig.ra Cratchit entrò, rossa in volto sorridendo orgogliosa con il pudding simile a una palla di cannone lucente e soda, in fiamme nel suo quarto di brandy e con infisso in cima l’agrifoglio di Natale.” – Charles Dickens, “A Christmas Carol”.

Il Natale è la festa che più di tutte fa parte della nostra tradizione e della nostra storia; per ognuno di noi ci sono ricordi, attese, aspettative, riflessioni che sono inscindibili dalla presenza del Natale nelle nostre vite e nella nostra memoria.

E’ difficile cogliere il senso profondo di questa festa, a cui ci approcciamo con l’attesa impaziente, la riscoperta dei legami familiari, il calore domestico e i momenti conviviali, la ricerca di una dimensione più lenta, umana ed essenziale.

Il Christmas Pudding (letteralmente, “dolce di Natale”) è un tipico dolce natalizio, originario delle isole Britanniche, la cui preparazione lenta, il gusto speziato e caldo e il cerimoniale del servizio sono un diretto richiamo al senso del Natale. Si tratta di un dolce a base di frutta secca, canditi e brandy cotto molto lentamente a vapore, la cui ricetta è antichissima, anche se la versione classica che conosciamo è stata codificata in epoca vittoriana.

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Già nel Medioevo, in Inghilterra si producevano “pudding” con grasso animale, spezie e frutta, che venivano arricchiti con carni varie (come una specie di “pie”) ed erano cotti insaccati in un involucro di origine animale.

Dalla fine del XVI secolo, anche grazie alla grande disponibilità di frutta secca, il pudding smise progressivamente di contenere carne e divenne un dolce. Con l’avvento al potere di Oliver Cromwell, il puritanesimo mise al bando le rappresentazioni della natività, i canti di Natale e il Christmas Pudding, considerato espressione del paganesimo, ma questa messa al bando non durò molto e con la restaurazione della monarchia nel 1660, ricomparve diffusamente la tradizione di prepararlo all’inizio dell’Avvento. La lenta cottura al vapore era dapprima eseguita sospendendo il dolce racchiuso in un canovaccio sopra una pentola in ebollizione; successivamente nel XIX secolo cominciarono ad essere utilizzati degli appositi stampi a forma di zuccotto.

Non vi era famiglia, nemmeno la più povera, che non si ritrovasse davanti al focolare la domenica prima dell’Avvento a rimestare e cuocere un Christmas Pudding, il cui tasso di alcol e zucchero ne consentiva poi la conservazione fino a Natale. Ogni membro della famiglia dava il suo contributo dando una rimestata ed esprimendo un desiderio; alla preparazione di frutta era spesso aggiunta una monetina; trovata il giorno di Natale, avrebbe regalato fortuna per l’anno a venire.

Il giorno della preparazione prese il nome di “Stir-up Sunday”, da una preghiera del Book of Common Prayers, “Stir up, we beseech thee, O Lord, the wills of thy faithful people” (“Ti supplichiamo, accresci o Signore, la determinazione dei tuoi fedeli”).

Il dolce veniva poi sformato e servito al termine della cena di Natale, cosparso di brandy, infuocato e accompagnato da una salsa dolce al burro.

Nel Novecento si sono moltiplicate le varianti della ricetta, con frutti e liquori diversi e negli ultimi decenni si è avviata la sua produzione industriale; nondimeno, se volete assaporare un po’ di sincero spirito natalizio britannico, vi consigliamo di provare a farlo in casa, in tempo per Natale, magari insieme a tutta la famiglia. Lo terrete da parte e alla cena della vigilia farete sicuramente una grande impressione su tutti i vostri ospiti. E magari penserete un pochino anche a noi.

Preparate tutto, coinvolgete parenti e amici, e tuffatevi nei profumi del Natale!

 

Ingredienti (per due pudding da 1,5 L)

350 g di uva sultanina
350 g di uvetta di Corinto
200 g di fichi secchi
150 g di albicocche secche
125 g di scorza di agrumi candita
75 g di ciliegie sciroppate
150 ml di brandy
2 cotogni (o mele renette)
2 arance, succo e scorza
1 limone (scorza)
6 uova
250 g di burro (o strutto; evitate i grassi vegetali)
350 g di zucchero di canna
250 g di pangrattato
175 g di farina 00
1 cucchiaio di spezie in polvere (cannella, noce moscata, chiodi di  garofano)

 

Procedimento

Tagliare la scorza candita degli agrumi a cubetti, i fichi, le albicocche e le ciliegie a pezzetti. Aggiungere il brandy alla frutta e mescolare. Lasciare riposare per una notte.

Grattugiare la scorza del limone e delle arance e spremere il succo delle arance, filtrarlo e tenere da parte. Grattugiare i cotogni grossolanamente.

In una ciotola sbattere le uova intere con lo zucchero; aggiungere al composto la scorza degli agrumi e le spezie. Continuando a mescolare con un cucchiaio di legno (o nella planetaria con gancio a foglia a velocità minima), aggiungere la farina, il pangrattato e il burro ammorbidito a pezzetti. Quando l’impasto sarà omogeneo aggiungere i cotogni grattugiati e il succo d’arancia.

Aggiungere al composto tutta la frutta secca (che avrà assorbito completamente il brandy) e rimestare fino a incorporare completamente. Come da tradizione, potete chiedere ai vostri familiari di prendere parte a questa operazione ed esprimere un desiderio; l’uso vuole che il movimento con il cucchiaio di legno sia eseguito in senso orario (da Oriente a Occidente, come il percorso dei Magi).

Preparate due contenitori a zuccotto, di vetro termoresistente o di ceramica, e spennellate il fondo con burro fuso; ponete sul fondo un disco di carta da forno. Se volete, potete anche utilizzare contenitori più piccoli per pudding o contenitori di alluminio monodose. La quantità di impasto è sufficiente per due dolci da 6-8 porzioni.

Versate il composto nei due contenitori e coprite con un duplice involucro di carta da forno e alluminio, come nella foto. Dopo aver sovrapposto i due fogli, fate una piega e rivestite gli stampi. Chiudete con dello spago da cucina, facendo due-tre passaggi al centro che possano servire per sollevare il contenitore.

Nel dolce potrete inserire una monetina, posta nella parte esterna e in direzione del taglio che farete al momento del servizio. Prima di questa procedura, è utile far bollire la moneta in acqua per almeno 15 minuti.

Ponete in una casseruola ampia dotata di coperchio in cui avrete sistemato uno spessore di metallo o ceramica sul fondo (es un piattino di una tazzina da caffè). Aggiungete acqua fredda finché il livello sia appena sopra il fondo del contenitore del pudding. Coprite con il coperchio e portate ad ebollizione a fuoco vivace. Riducete quindi la fiamma e lasciate sobbollire per almeno 5 ore, provvedendo ad aggiungere acqua in ebollizione quando il livello scende troppo; il pudding verrà così cotto lentamente a vapore.

Per un risultato più compatto e un colore più brunastro, lasciate cuocere 6-8 ore. Un ottimo metodo è quello di utilizzare per la cottura una pentola a pressione con la valvola in posizione aperta, in modo che si mantenga una cottura a vapore ma non a pressione. La chiusura ermetica della pentola vi permetterà di ridurre notevolmente il numero di rabbocchi (potrete aggiungere acqua ogni 60-90 minuti).

Una volta completata la cottura, lasciate raffreddare; non aprite l’involucro. Conservate in luogo fresco e asciutto; il pudding si conserva molto bene fino a due mesi.

Arrivato il momento di servire il dolce, ancora nel suo involucro, riponetelo in una casseruola e riscaldatelo a vapore per circa un’ora. Sformatelo, capovolgendolo su un piatto da portata e cospargetelo con circa 100mL di brandy.

Portate in tavola il dolce e fiammeggiate (accendete il dolce con una fiamma o accendete prima il brandy in un mestolino e versatelo poi sul pudding); il risultato lascerà tutti i vostri commensali a bocca aperta. Servite con una crema al burro o dell’ottimo gelato alla vaniglia.

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Il Datterino di Artusi – Babà

“Questo è un dolce che vuol vedere la persona in viso, cioè per riuscire bene richiede pazienza ed attenzione”.

Stiamo parlando del famosissimo babà!

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Quando si parla di questo dolce, lo si associa subito alla pasticceria napoletana ma le sue origini sono molto più lontane. Il babà è, infatti, originario della Polonia (babka ponczowa). L’invenzione del babà si fa risalire al re polacco Stanislao, suocero di Luigi XV di Francia.

La leggenda vuole che il sovrano non gradisse particolarmente il kugelhupf, un dolce di pasta lievitata tipico della tradizione mitteleuropea che trovava troppo secco. Stanco che gli venisse servito come dessert, un giorno lo prese e lo scagliò dall’altra parte della tavola, proprio dove si trovava una bottiglia di rum, che cadde sul dolce e lo inzuppò.

Stanislao assaggiò il dolce e gli piacque molto; lo chiamò “Alì Babà” in onore di uno dei personaggi de “Le mille e una notte” che lui adorava leggere.

Quando il re fu detronizzato, si rifugiò in esilio in Francia grazie alla sua parentela con Luigi XV. Il dolce da lui tanto amato lo seguì e qui, grazie alla maestria dei pasticceri parigini, la ricetta fu messa a punto e il nome abbreviato in “babà”.

Agli inizi dell’800 il babà diventa parte integrante della pasticceria partenopea, portato a Napoli dai Monsù, i bravissimi cuochi parigini al servizio delle famiglie aristocratiche napoletane. Il dolce si radicò rapidamente nella tradizione culinaria della città, che oggi ne rappresenta il fulcro della sua produzione artigianale.

Artusi ne descrive l’impasto lievitato, ma non fa cenno alla bagna; noi vi proponiamo la ricetta classica partenopea, con le dosi per produrre un babà grande nello stampo savarin per 8-10 persone o dei babà più piccoli.

Ingredienti (per uno stampo savarin per 8-10 persone)

per l’impasto

300 g di farina forte (tipo manitoba, proteine >13g/100g)
50 g di zucchero
25 g di lievito di birra
120 g di burro
5 uova
5 g di sale
la scorza grattugiata di un limone

per la bagna

1 l di acqua
600 g di zucchero
la scorza di un limone
la scorza di un’arancia
cannella in stecche
rum invecchiato, a piacere (consigliato 150mL)

per guarnire

200 ml di panna fresca
ciliegie sciroppate

Procedimento

Versare nella planetaria la farina, il lievito di birra sbriciolato, due uova e lo zucchero e cominciare ad impastare a velocità minima. Aggiungere il burro ammorbidito a pezzetti, la scorza di limone grattugiata e le altre tre uova, lasciando che vengano incorporate una alla volta. Aggiungere il sale e continuare ad impastare per circa 10 minuti.

Otterrete così un impasto molto soffice e lucido, che andrà lasciato lievitare a temperatura ambiente per circa 30 minuti, coperto con un canovaccio umido.

Quando sarà ben gonfio e spumoso, reimpastatelo per 1-2 minuti a velocità minima.

Versate l’impasto in uno stampo da savarin o negli stampini per babà. Lasciate lievitare fino a quando l’impasto avrà raggiunto quasi il margine dello stampo.

Infornare a 180°C per 30 minuti circa. Quando sarà dorato, togliere dal forno e sformare.

Preparare la bagna.

Portare a ebollizione l’acqua con lo zucchero e gli aromi; lasciare sobbollire per 4-5 minuti. Aggiungere il rum, a piacere, considerando che per un buon risultato il tenore alcolico deve essere tenue ma nettamente percepibile.

Quando sia la bagna che il babà saranno a temperatura ambiente, immergere il dolce nel liquido per 1-2 minuti per lato. Porre su una griglia e lasciar colare la bagna in eccesso. Servire decorando con una corona di panna montata e ciliegie sciroppate.

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La Cantina di Manuela, Milano

Il rimedio perfetto ad una stressante giornata di lavoro è sicuramente gustare del buon cibo con gli amici.

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La voglia di evadere dalla routine settimanale ci ha portati alla “Cantina di Manuela”, in Via Poerio a Milano, un’enoteca-bistrot dal carattere urbano ma molto intimo. Salta subito all’occhio l’importante offerta di vini che, posizionati sulla quasi totalità delle pareti del locale, fanno da cornice ad un’atmosfera davvero piacevole.

Il menù propone piatti con ingredienti della tradizione povera ma rielaborati in versioni più ricercate che animano un’atmosfera ispirata all’amicizia e alla scoperta del buon vino.

Iniziamo con gli antipasti; il “tortino di verdure e cuore caldo di formaggio erborinato e bocconcini di salamella” e “tartare di fassona piemontese battuta al coltello”. Il tortino, piatto dai profumi e sapori vivaci ma comunque ben equilibrati; la tartare più delicata, battuta alla perfezione e condita a puntino.

Come portata principale scegliamo gli “agnolotti di carne fatti in casa conditi con il sughetto del ripieno e con grattugiata di parmigiano” e il “petto e coscia di fagiano farciti con contorno di verze e castagne”. Gustoso il ripieno degli agnolotti e ben lavorata la pasta; poco generoso il condimento che l’avrebbe reso un piatto perfetto.

Interessante il petto e la coscia di fagiano farciti, carni cotte alla perfezione; l’accompagnamento con la verza e le castagne aiutano il piatto a completare il gusto e a dargli un vero e proprio tocco di casa.

Concludiamo con una “mousse ai tre cioccolati” e “millefoglie croccante crema chantilly e frutti di bosco”. Proposte classiche ma in linea con le attese; sopra la media per tipologia di locale.

Consigliato per una cena in settimana tra amici.

Vini: Valtellina Superiore, “Inferno”, Casa Vinicola Fay.

Il conto: 47€/ps

Il Datterino con la Valigia – Regno Unito – Pork Pie

La pork pie fa parte di quelle preparazioni, dette appunto “pie”, tipicamente britanniche, che prevedono di racchiudere una farcia, dolce o salata, in un involucro di pasta. Originariamente questa abitudine si era diffusa allo scopo di conservare per più tempo materie nobili e deperibili, come la carne o il pesce e di ottenere quindi un prodotto dall’elevato valore nutrizionale che potesse essere consumato in tempi lunghi.

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Nel tempo si sono poi evolute tradizioni locali diverse che, in base all’abbondanza di questo o quell’ingrediente, hanno prodotto ricette con ripieni e sapori diversi.

La storia della pork pie si fa risalire all’inizio dell’epoca di allevamento dei maiali nel Leicestershire, in particolare nella cittadina di Melton Mowbray verso la metà del XVIII secolo. Il particolare sviluppo di questo allevamento fu dovuto all’abbondanza di siero di latte prodotto dai caseifici locali; le fattorie locali iniziarono a smaltire questo scarto ricco di proteine attraverso l’alimentazione dei suini, la cui macellazione avveniva in inverno.

Inizialmente venivano prodotte pie con involucri molto spessi e non commestibili ed era uso consumarle fredde nei campi durante le giornate di lavoro. La fortuna di questo piatto crebbe quando cominciò a diffondersene l’uso durante le battute di caccia dei nobili locali, che però mal tolleravano un aspetto e un involucro così umili. Cominciarono così ad essere prodotte pie con la crosta edibile prodotta sempre con grasso suino, la hot water crust pastry, che ancora oggi si usa.

La pork pie è oggi diffusa in tutto il Regno Unito; ve ne sono versioni con carni più fini o più grezze, e persino con topping di frutta, come è d’uso durante le feste Natalizie. La ricetta di Melton Mowbray è protetta oggi da un rigido disciplinare che prevede solo l’uso di carne locale di fresca macellazione e una macinazione molto grossolana.

Vi proponiamo quella che è la versione inglese più diffusa, con una texture più fine e che prevede l’uso di carni già lavorate. La preparazione richiede tempi abbastanza lunghi, ma è piuttosto semplice e il risultato per il palato è veramente pregevole. Se non la conoscete, potete prepararne una per una domenica d’inverno in famiglia o per arricchire la vostra tavola Natalizia. Non ve ne pentirete.

Ingredienti (per una pie di 20-24cm, per 8-10 persone)

per il ripieno

400 g di prosciutto di coscia di suino
650 g di carne trita scelta di suino
250 g di pancetta affumicata
10 g di salvia fresca tritata
5 g di timo fresco tritato
1 cucchiaio di noce moscata
1 cucchiaino di sale
1 cucchiaino di pepe nero macinato

per l’impasto (hot water crust pastry)

575 g di farina
200 g di strutto
220 ml di acqua

per guarnire

1 uovo

 

Procedimento

Preparare la farcia. Tritare grossolanamente a coltello il prosciutto e la pancetta o, se preferite una texture più fine, usate un tritatutto. In una ciotola capiente mescolare il prosciutto, la pancetta, la carne trita e tutte le spezie. Se volete testare la quantità di sale potete cuocere un cucchiaino di farcia in una padella calda e assaggiare.

Preriscaldare il forno a 180°C (elettrico, statico).

Mettere tutta la farina in una ciotola. In un pentolino sciogliere a fuoco molto dolce lo strutto nell’acqua fino a quando inizia a bollire. Togliere dal fuoco e versare il composto sulla farina, rimestando con un cucchiaio di legno o in una planetaria a velocità minima.

Attendere che il composto raggiunga una temperatura tale da poterlo lavorare a mano; infarinare un piano di lavoro e concludere l’impasto aggiungendo una piccola quantità di farina se necessario.

Prelevare un quarto dell’impasto, avvolgerlo nella pellicola e tenere da parte per il rivestimento. Stendere l’impasto rimanente fino ad ottenere un cerchio di circa 5mm di spessore, riporre sulla base di una teglia da forno antiaderente a bordi alti di 20-24 cm di diametro. Rivestire prima il fondo, poi le pareti della teglia con l’impasto, facendolo debordare di qualche centimetro. Riempire con la farcia.

Stendere l’impasto restante in un disco del diametro della teglia; porre in cima al ripieno e sigillare i bordi lungo tutta la circonferenza, pizzicando tra il pollice e l’indice di una mano e l’indice dell’altra. Eliminare l’eccesso di pasta rifilando i bordi con un coltello. Con il manico di un cucchiaio di legno, creare uno sfiato circolare al centro della pie, in modo da permettere al vapore di uscire durante la cottura.

Cuocere in forno statico, prima per 30 minuti a 180°C, ridurre poi la temperatura a 150°C e completare la cottura per altri 90 minuti. A circa 30 minuti dalla fine della cottura, spennellare tutta la superficie con uovo intero sbattuto, che darà colore e fragranza. Lasciare raffreddare la pie in forno con lo sportello semiaperto.

La pork pie viene usualmente servita a temperatura ambiente e può essere accompagnata da cetriolini o cipolline sottaceto, una composta di frutti rossi, salsa piccalilly, salsa alla senape, dijonnaise, o anche un’ottima mostarda di frutta o una semplice insalata verde.

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Se la volete conservare più a lungo potete utilizzare del brodo gelificato versandolo nello sfiato centrale della torta. Procedete così: ammollate 5-6 fogli di gelatina (colla di pesce) in acqua fredda per 10 minuti, scaldate 250mL di brodo di carne fin quasi a bollore, rimuovete dal fuoco e scioglietevi la gelatina strizzata, mescolando. Lasciate raffreddare a temperatura ambiente. Utilizzate quindi un piccolo imbuto per versare il brodo nella pie attraverso il buco in cima. Versate poco per volta lasciando depositare per alcuni secondi prima di ogni aggiunta. Riponete in frigo per almeno una notte prima di servire.

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Fourghetti, Bologna

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È forse il senso ultimo della maturità quello di un consapevole e gioioso ritorno alle radici, alla tradizione, a ciò che ci è caro e che possiamo chiamare “casa”. Ci è parso questo il motore dell’esperienza culinaria del Fourghetti di Bruno Barbieri, a Bologna, che esprime un concreto amore per la cucina emiliana, ma con una forte contaminazione internazionale, in un ambiente smart e dinamico che, varcata la soglia, ci fa pensare ad un locale londinese.

Le proposte del menu ci parlano di ingredienti dal forte protagonismo e di preparazioni semplici che li esaltano sulla tavola.

Siamo entrati nell’atmosfera del pasto con un “cubetto di lingua, galletto e carciofo”, entrée delicata ma verace.

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Sono forse gli antipasti a condurci più lontano, raccontando una storia di viaggi e contaminazioni; tra questi abbiamo scelto l’”hamburger di foie gras con cipolla caramellata, sapore di mosto cotto, bieta e maionese alla senape” e la “fonduta di fontina d’alpeggio e pepe bianco con spinacino ripassato e bocconcini di lingua di vitello brasata”.

Dolce e delicato il foie gras, quasi una coccola di risveglio che poteva pur giovarsi, a nostro gusto, di una nota di senape più intensa.

Sorprendente la fonduta, un tutt’uno che invade i sensi con la gentile croccantezza dei cubetti di lingua di vitello ripassata; lacrime di tuorlo d’uovo ad ingentilire il formaggio.

Torniamo alla tradizione con due primi tipici del cucinario emiliano: i “tortellini ripassati in crema di parmigiano reggiano e profumo di noce moscata” e le “pappardelle con intingolo di lepre, salvia e ginepro e crema di taleggio”.

Ben eseguiti i tortellini, fedeli al gusto locale e con un parmigiano di presenza ma non sovrastante; unico appunto, anche in considerazione del prezzo del piatto, la presenza indiscreta di alcuni tortellini aperti. Cottura perfetta delle pappardelle ed intingolo di lepre veramente gustoso, delicatamente speziato, con un fine profumo di ginepro.

Tra le proposte dello chef per i secondi scegliamo “barbecue di manzo con ananas caramellato e salsa bernese allo scalogno” e “piccione al forno con fegato ingrassato al pepe nero, estratto di mostarda, verdure ripassate”. Ottime la qualità e la cottura delle carni; delizioso l’abbinamento del manzo con l’ananas caramellato e la salsa bernese, con un buon equilibrio di sapori tra il dolce e il sapido.

Più classica l’associazione del piccione (carni magre e sode con pelle croccante) e foie gras (gusto più dolce e grasso, consistenza morbida).

Concludiamo con l’ormai celebre “coppa Machiavelli” (crema pasticcera, gelato al mascarpone, frutti di bosco e riduzione di lambrusco speziato) e “bignè fritti e caramellati al profumo di mandarino in salsa inglese e arancia candita”. Così come avevamo iniziato, concludiamo il pasto nello stesso modo sincero e schietto.

Un’esperienza da bistrot di alto livello, con la sapiente maestria che si intuisce in piatti che fanno onore alle ottime materie prime; un’esperienza sicuramente da rivivere.

Vini: Palazzona di Maggio, “Dracone” Colli d’Imola Rosso.

Il conto: 100 €/ps