God Save the Food, Milano

Presi dalla frenetica routine quotidiana, è sempre più difficile trovare un giorno per rallentare un po’ il ritmo e prendersi una pausa. Se avete la fortuna di potervi svegliare tardi, in una bella domenica soleggiata, perché non uscire e regalarsi un brunch in compagnia degli amici? E’ il miglior modo per iniziare una giornata dedicata a ricaricare le batterie prima di una nuova settimana di lavoro.

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God Save the Food vanta due locali a Milano, uno in Piazza del Carmine (zona Brera) ed uno in via Tortona (vicino al MUDEC), e un terzo locale di prossima apertura. Siamo stati nel locale di Piazza del Carmine, nel pieno centro; un piccolo locale dal design contemporaneo con una grande veranda che si estende sulla piazza. Il luogo è accogliente e il personale cordiale.

Il menu del brunch propone piatti salati a base di uova, salmone, salumi e formaggi, insalate, sandwiches, hamburger e piatti dolci, frutta e pancakes. Si può scegliere di accompagnare il pasto con un buon caffè americano o the, spremute fresche o anche cocktail analcolici e alcolici.

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Il nostro brunch inizia con “eggs benedict al salmone affumicato” e “club sandwich” e un corroborante caffè americano. La variazione di uova alla benedict è servita con salmone su un mezzo bagel newyorkese, al posto del classico muffin all’inglese, jacket potato con cream cheese. La cottura delle uova è perfetta, un po’ parca la salsa olandese; la patata oltre il punto di cottura; buono il cream cheese alle erbe fini.

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Il club sandwich dalla porzione abbondante, pane ben tostato e ingredienti ben dosati.

Unica pecca il caffè americano, che non è un caffè filtro ma, come spesso succede in Italia, un doppio espresso allungato (ci starebbe invece così bene il caffè dal gusto rotondo e tostato di Starbucks o Prét à Manger!).

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Concludiamo con “homemade pancakes con frutta fresca e sciroppo d’acero” ed una spremuta fresca di arance, degna conclusione di questo brunch ed inizio di una giornata in cui spegnere il cellulare e dimenticare che domani è lunedì.

Il conto: 29 €/ps

Il Datterino di Artusi – Polpo in umido

La tradizione mediterranea tramanda ricette di buonissime zuppe di pesce che, lungo tutta la costa d’Italia prendono nomi diversi, si rifanno alla disponibilità del pesce locale e ai profumi e agli aromi della terra.

Vi presentiamo questa semplice ricetta, facile da preparare, che potrete fare con polpo o moscardini ed eventualmente aggiungere piselli o patate; otterrete un ottimo piatto unico dal sapore tipicamente mediterraneo.

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Ingredienti (per 6-8 persone)

1,5 kg di polpi già puliti
1,5 kg di polpa di pomodoro o pomodorini
1 cipolla bionda tritata
5 spicchi d’aglio tritati
un grosso ciuffo di prezzemolo tritato
olio extravergine d’oliva
sale
peperoncino
crostoni di pane
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Procedimento

In una capiente casseruola mettere dell’olio fino a coprire la base e soffriggete la cipolla a fuoco dolce, fino ad imbiondirla; aggiungete quindi il trito d’aglio e lasciate soffriggere ancora un minuto.

Alzate la fiamma ed aggiungete i polpi; rosolateli a fuoco vivo girandoli di tanto in tanto. Si produrrà pian piano dell’acqua di cottura rilasciata dai polpi; salate e proseguite la cottura a fuoco vivace e senza coprire per circa 20 minuti (fino a quando l’acqua del polpo si ridurrà quasi del tutto).

Aggiungete quindi i pomodorini e un pizzico di peperoncino; lasciate riprendere il bollore e coprite la casseruola.

Riducete la fiamma al minimo e completate la cottura per almeno 40 minuti (il tempo totale di cottura dipenderà principalmente dalla dimensione dei polpi che avrete usato).

A cottura quasi ultimata, se preferite un sugo più denso, potete prelevare una ciotolina del sugo di cottura, stemperarvi due cucchiai di farina e aggiungere il composto in casseruola. Lasciate sobbollire ancora 4-5 minuti rimestando frequentemente per amalgamare il sugo di cottura.

Servite caldo con crostoni di pane abbrustolito.

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Dongiò, Milano

I sapori della tradizione e della semplicità contadina immersi in un ambiente raccolto e che ricorda un’Italia di altri tempi che si rivive sempre con piacere. Questa è la sensazione che si ha entrando al Dongiò di Milano. Il locale si trova in zona Porta Romana, in un’area residenziale tranquilla. La prenotazione, soprattutto nel fine settimana, è d’obbligo.

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Il menù offre piatti della cucina tradizionale calabrese, prevalentemente di terra, presentati in modo schietto e verace, con un rapporto qualità-prezzo davvero ottimo.

Scegliamo di immergerci a capofitto nel menù partendo dagli antipasti: “bruschetta al caviale di Calabria (sardella piccante)” e “bruschetta con la ‘nduja”. Potremmo definirli la Nutella e il burro d’arachidi di Calabria: la sardella è una spalmabile a base di bianchetti e peperoncino piccante tipica della costa jonica, mentre la ‘nduja una pasta ottenuta macinando le parti grasse del maiale con peperoncino e spezie più diffusa nell’area tirrenica e meridionale della Calabria.

Buona la scelta dei primi; pasta con sughi e condimenti molto ricchi, come tipico delle regioni del Sud. “Maccheroni all’uso di Crotone” e “linguine alla cafoncello”; il primo piatto una pasta corta condita con una salsa di pomodoro, cipolla, salsiccia, erbe aromatiche e pecorino; il secondo con un ricco pesto di pomodoro, salsiccia piccante, pecorino, battuto di basilico e pinoli; piatti abbondanti così come vuole la tradizionale cucina meridionale ed estremamente gustosi che riportano alla mente i pranzi domenicali in famiglia.

Proseguiamo con i secondi: “polpettine di manzo in sugo di pomodoro” e “ bocconcini di pollo all’Aragonese (pomodorini, melanzane, cipolla, capperi, ricotta stagionata e pecorino)”; molto gustosi. Il tutto accompagnato da un Cirò rosso di buona qualità.

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Concludiamo con un dolce tipico e di origini molto antiche, “la pitta ‘mpigliata”, un sfoglia di pasta dolce all’olio con frutta secca e spezie, e un ottimo amaro d’erbe.

Vi consigliamo una visita, se avete voglia di una cucina casalinga, verace e gustosa.

Vini:

  • Vino della casa (Cirò Rosso) ½ litro

Il conto: 35 €/ps

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Afternoon Tea 1 – Battenberg cake

La Battenberg cake è un tipico dolce da forno della tradizione inglese, in realtà poco diffuso in Europa. Composto da due tipi di sponge alla mandorla di colore rosa e giallo e rivestito di marzapane, è uno dei tipici dolci serviti all’afternoon tea inglese.

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Le sue origini si fanno risalire alla fine dell’Ottocento; fu probabilmente creata in occasione del matrimonio della principessa Vittoria, nipote della regina Vittoria, con il principe Luigi di Battenberg nel 1884. Il principe era appartenente alla famiglia dei Mountbatten, originaria della Germania, e la tradizione vuole che l’aspetto a scacchiera della torta con i quattro quadranti alternati fosse dedicata ai quattro principi di Battenberg (Luigi, Alexander, Franz-Joseph e Henry). In realtà le prime versioni del dolce erano più grandi e composte da almeno nove quadranti (così era ad esempio la ricetta codificata nel 1898 da Frederick Vine).

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La preparazione di questo dolce non richiede molto tempo, ma non è semplicissima: i quadranti vanno tagliati con una certa regolarità e il dolce va composto in modo simmetrico; se non volete fare da soli il marzapane, potete utilizzare i panetti già confezionati o chiederlo al vostro pasticciere di fiducia. Il dolce viene servito tagliato a fette di circa 2cm di spessore.

Sicuramente i vostri ospiti di un the pomeridiano apprezzeranno moltissimo questo dolce sofisticato e delicato.

Ingredienti per due torte di circa 20cm di lunghezza e sezione di 
5cm di lato (ognuna per circa 10 fette)

per l’impasto

350 g di burro a pezzetti ammorbidito
350 g di zucchero semolato
100 g di mandorle dolci tritate
280 g di farina 00
8 g di lievito per dolci
6 uova
1 bustina di vanillina

    per l’impasto giallo
1 cucchiaino di aroma mandorla

    per l’impasto rosa
colorante alimentare rosso o rosa

per guarnire

200 g di marmellata di albicocche
800 g di marzapane (2 panetti da 400 g)

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per il marzapane

500 g di mandorle dolci
500 g di zucchero a velo
2 albumi

Procedimento

Preparare quattro teglie rettangolari di alluminio, imburrarle e infarinarle (o utilizzare uno spray antiaderente per dolci). Preriscaldare il forno statico a 180 °C.

Preparare la sponge; iniziare con un impasto unico. Montare il burro ammorbidito con lo zucchero in una planetaria, fino ad ottenere una spuma soffice. Aggiungere la vanillina e le mandorle tritate. Unire quindi progressivamente le uova, uno ad uno, e la farina setacciata con il lievito per dolci, cucchiaio dopo cucchiaio, alternando uova e farina. Ottenuto un impasto omogeneo e soffice, trasferirne metà (circa 700 g) in una seconda ciotola.

Separati i due impasti, unire al primo un cucchiaino di aroma mandorla concentrato e al secondo il colorante alimentare, liquido o in polvere, fino ad ottenere un colore rosa intenso.

Versate gli impasti nelle teglie di alluminio (da ogni ciotola dovrete ottenere due torte), due rosa e due gialle.

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Infornare per circa 35 minuti a 180 °C. Lasciate raffreddare.

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Preparate il marzapane. Tritate finemente le mandorle dolci; impastate quindi le mandorle e lo zucchero a velo con gli albumi, fino ad ottenere un impasto denso e compatto. Lasciatelo riposare qualche ora avvolto in una pellicola.

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Togliete le torte dagli stampi. Rimuovete la crosta della torta dai sei lati con un coltello; otterrete due parallelepipedi gialli e due rosa.

Per la composizione di una torta utilizzerete una sponge gialla e una rosa. Ricavate da ognuna due parallelepipedi di circa 2,5 x 2,5 x 20cm.

Stendete ora un panetto di marzapane su carta da forno (potete utilizzare zucchero a velo o spray antiaderente per stendere) in un quadrato di circa 25cm di lato (lo spessore dovrebbe essere di circa 5mm). Spennellate il marzapane con la marmellata di albicocche (circa 100g per torta).

Ponete ora 4 parallelepipedi (due rosa e due gialli), alternati a scacchiera sul marzapane, iniziando a circa 5cm da uno dei lati del quadrato di marzapane. Ad ogni quadrante date una generosa pennellata di marmellata. Ripiegate quindi il marzapane sul dolce, fino a congiungervi con la base del lato opposto. Chiudete premendo con le dita o con i rebbi di una forchetta. Rifilate i margini sui lati corti del dolce.

Lasciate riposare un paio d’ore prima di servire.

Il Datterino di Artusi – Orata al limone

“Non è un piatto difficile a farsi e però vi consiglio di provarlo, persuaso che ve ne troverete contenti” (P. Artusi).

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Ingredienti
2 orate
la buccia di un limone
il succo di un limone
2 spicchi di aglio
farina q.b.
sale q.b.
olio q.b.
pepe nero, timo

Procedimento

Squamate ed eviscerate le orate sotto acqua corrente.  Infarinate le orate. In una padella versate l’olio, mettete l’aglio, e lasciare rosolare le orate precedentemente infarinate.Dopodiché aggiungete il succo e la buccia di limone. Lasciatele cuocere a fuoco lento per circa 15 minuti avendo cura di girarle da entrambi i lati per permettere la cottura. Durante la cottura salate e pepate da entrambi i lati.

A cottura ultimata procedete con la sfilettatura.

Il Datterino di Artusi – Canederli (Knödel)

I canederli (in tedesco Knödel) sono un piatto tipico della tradizione contadina dell’Alto Adige; essendo un piatto povero, in origine consistevano semplicemente in polpette di pane raffermo tenuto insieme con latte o acqua e uova.

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I canederli sono diventati anche un piatto tipico della cucina regionale italiana; si preparano in Trentino, Friuli Venezia Giulia, nell’alta Valtellina e nella provincia di Belluno.

In Friuli sono conosciuti come chineglis o chineghi, a Trieste “gnochi de pan” (gnocchi di pane) mentre i “canederli” veri e propri sono quelli altoatesini.

Una leggenda narra che, durante la loro discesa in Italia nel ‘600, un gruppo di Lanzichenecchi arrivò in un maso altoaltesino e minacciò una contadina di appiccare il fuoco alla casa se non avessero avuto subito da mangiare. La contadina non si scoraggiò e radunò i pochi ingredienti che aveva in casa. Prese del pane raffermo, del latte, delle cipolle, uova, speck e farina. Fece delle polpette che cosse in acqua bollente e, secondo la leggenda, le salvarono la vita. I soldati furono molto soddisfatti e grati per l’ottimo pasto.

Pare però che la vera ricetta abbia origini ancora più antiche: la si trova rappresentata negli affreschi della cappella del castello di Appiano, vicino a Bolzano, che risale agli inizi del XIII secolo: in quello che raffigura la nascita di Gesù si vede la Madonna rivolta verso un’ancella che sta cuocendo dei grossi gnocchi in una larga padella e che è raffigurata proprio nell’atto di assaggiarne uno. L’affresco diventa la Knödelesserin, ovvero la mangiatrice di canederli: la prima e più antica rappresentazione dei canederli della storia.

I canederli vengono cotti nel brodo di carne e generalmente serviti in brodo o con burro fuso; come per tutte le preparazioni “povere” ne esistono diverse varianti, arricchite con spezie e verdure diverse. Vi presentiamo la ricetta dei canederli nella loro versione più semplice; aggiustateli di sale solo alla fine dell’impasto e cuoceteli in un ottimo brodo di carne. Potete accompagnarli con vino rosso del trentino, un Lagrein o Marzemino, ma, visto il loro carattere, anche un nebbiolo della Valtellina.

 

Ingredienti (per 12 canederli, 4 persone)

250 g di pane raffermo
150 g di speck
3 uova
150 ml di latte
1 cipolla bionda piccola
50 g di burro
10 g di prezzemolo tritato
60 g di farina
sale e pepe q.b.
noce moscata q.b.
brodo di carne

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Procedimento

Preparare tutti gli ingredienti, il pane tagliato a dadini, la cipolla a cubetti e il prezzemolo tritato. Sbattere le uova con il latte e con il sale, pepe e noce moscata e versare sul pane. Rimestare grossolanamente e lasciare riposare per 20 minuti.

In un pentolino rosolare la cipolla con il burro fino a dorarla; aggiungere lo speck e lasciare insaporire per 1-2 minuti a fuoco dolce; togliere dal fuoco e lasciare raffreddare.

Rimestare nuovamente il pane con un cucchiaio di legno o in una planetaria fino a rendere il composto più omogeneo. Aggiungere quindi il soffritto di cipolla, speck e burro, il prezzemolo e la farina. Mescolare ancora per qualche minuto. Aggiustare di sale. Lasciare riposare il composto per almeno 30 minuti.

Con le mani inumidite create delle piccole sfere, circa 4 cm di diametro. Cuocete i canederli nel brodo caldo in ebollizione per circa 15 minuti, o comunque fino a quando verranno a galla. Servitene 3 per commensale, con un po’ di brodo di carne e una spolverata di pepe nero macinato fresco.

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Osteria Francescana, Modena

Non è facile descrivere l’esperienza di trovarsi di fronte a un capolavoro dell’arte, perché è solo sperimentando quelle sensazioni che si può davvero capire e apprezzare. Mai come in questo caso ci siamo sentiti un po’ limitati nel trasmettervi a parole la completezza di un’esperienza sensoriale unica e che trascende il gusto personale. La cucina di Massimo Bottura non ha certo bisogno di promozioni; l’Osteria Francescana è stata nominata tra i migliori ristoranti del mondo in tutte le guide internazionali (primo ristorante nel The World’s 50 Best Restaurant 2016) e celebrata con le tre stelle Michelin dal 2012.

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Come in tutte le esperienze estetiche, che ad esempio ci si ritrovi ad amare l’arte greca, la scultura rinascimentale o l’Impressionismo, un estimatore dell’arte non può esimersi da una visita in uno dei templi artistici per definizione, il Louvre o la Galleria degli Uffizi.

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La vita di Massimo Bottura è stata segnata da un forte eclettismo e, insieme con la radicata tradizione gastronomica modenese, si è così creato un binomio forte ed una voce che ha saputo imporsi non solo sul gusto dei critici più aperti, ma anche sulla rigida critica modenese, emiliana ed italiana in generale.

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L’Osteria Francescana, nota da alcuni decenni come locale di ritrovo, è stata rilevata da Bottura nel 1995 e trasformata in un locale sobrio ed elegante, perfetta location per una cucina intraprendente, emotiva e a volte provocatoria.

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Vi è la possibilità di scegliere tra due menu degustazione e un menu à la carte. Per immergerci a tutto tondo nell’esperienza “Bottura” abbiamo scelto il menu degustazione più completo, denominato “Tutto”, da 12 portate.

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L’entrée prevede “idea di fish and chips con gelato di carpione”, “macaron di coniglio alla cacciatora” e “borlengo”, “fagottini di baccalà mantecato” e un camouflage con crema di anguilla, erbe aromatiche e pane croccante. La presentazione di sapori è molto varia e fa presa sulla tradizione, i ricordi e lo stupore.

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Cominciamo a capire quanto lo chef ami rendere “semplice” una costruzione di sapori molto complessa e ricercata. L’”insalata di mare” è un concentrato di sapori e profumi che emergono uno dopo l’altro, in modo sottile e quasi giocoso (riduzione di ostrica, nero di seppia, bottarga, polpo, caviale di salmone…) come in una suite di emozioni e ricordi.

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L’azzardo nasconde a volte sapori della tradizione, come nel caso della “sogliola alla mediterranea”, presentata alla mugnaia con un foglio di carta acqua e sale ad emulare il cartoccio e con, nascosta, una salsa mediterranea, pomodoro, capperi e olive.

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L’idea di risotto che ci propone Bottura è “Riso: verde su marrone su nero”, un risotto composto e mantecato in tre brodi: spinaci e mele marinate, funghi porcini, nero di seppia e riduzione di ostriche; un trionfo di sapori che richiamano climi, geografie e cucine diverse del nostro territorio, ma in un ensemble davvero ben riuscito.

Andiamo più lontano con i sapori di “Autumn in New York”, rapa rossa, mele marinate, patate, panna acida e brodo dashi; qui lo chef gioca portandoci nelle atmosfere dei mercati newyorkesi con la malinconica voce di Billie Holiday.

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Siamo così pronti ad un ritorno con i profumi della terra di “civet, selvaggina, lumache, erbe e ravioli”; per questo piatto abbiamo avuto la fortuna di avere la presentazione dello chef in persona. Siamo così trasportati in una uggiosa giornata d’autunno, in un campo dove a dominare sono la vegetazione secca, gli uccelli del bosco e gli animali della terra, tutti fuggiti prima che riuscissimo ad immobilizzarli in una foto! Il piatto è un fazzoletto di terra che nasconde lumache, raviolini di selvaggina e profumi aromatici; decisamente un concentrato di pianura Padana.

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Grande classico le “cinque stagionature di Parmigiano Reggiano in diverse consistenze e temperature”; il racconto di un’eccellenza italiana senza rivali. Gli unici protagonisti di questo piatto sono il Parmigiano Reggiano e lo chef con la sua capacità di rendere omaggio ad ogni stagionatura e ad ogni preparazione di questo insostituibile prodotto.

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Torniamo bambini con “la parte croccante della lasagna”, un gioco in cui possiamo avere tutta per noi la parte bruciacchiata della crosta della lasagna con un ottimo ragù di vitello battuto al coltello (cotto sottovuoto a bassa temperatura con una piccola parte di carne di maiale) e spuma di besciamella. In questa presentazione, un po’ provocatoria, troviamo l’essenza della tradizione, che non è solo ingredienti e ricette, ma anche famiglia e ricordi.

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Il “piccione camouflage” si presenta come il classico petto e coscia di piccione, dove però la coscia è ricostituita con foie gras; condito con salse di rapa rossa, agrumi e rafano e spolverato con gli stessi sapori, disidratati. La cottura del piccione è ottimale; l’acidità delle salse e la dolcezza del foie gras stemperano perfettamente il suo gusto intenso e ferroso. Un piatto magistrale.

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Giunti a questo punto, un po’ per curiosità, un po’ per sfida, chiediamo al maitre di poter assaggiare un fuori menu, i tortellini in crema di parmigiano. Non ci sono parole per descrivere la bontà artigianale di questo piatto, la sfoglia ruvida e il ripieno generoso, e a noi piace immaginare i piccoli tortellini tra le mani della signora Lidia Cristoni, la prima vera maestra di Massimo Bottura.

Arriviamo quindi al pre-dessert, “ciliegie, amarene, duroni, marasche e pane secco”, un fresco accompagnamento al finale del pasto, con base di torta Barozzi e spuma di ricotta.

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“Millefoglie di millefoglie” è il nostro primo dessert; pasta sfoglia, e millefoglie di tartufo bianco e nero, zucca, cioccolato bianco e nero. Essenza dei sapori autunnali, armonia di dolce e salato.

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Arriviamo al famoso “Oops, mi è caduta la crostata al limone”, una sablée con zabaione al limone e gelato al lemongrass con capperi, zenzero e olio essenziale al peperoncino, omaggio all’imperfezione e giocosa presa in giro delle forme pulite e perfette della pasticceria moderna.

Provocatoria la scelta dei petit fours, che anziché chiudere il pasto fungono da ulteriore stimolo e motore di una ricerca che non ha la classica conclusione nel dessert.

“Macarons al tartufo”, “croccantino di foie gras”, piccoli “camouflage una lepre nel bosco” con cioccolato, buccia di limone, sale alla vaniglia e alghe disidratate, un piccolo omaggio al noto piatto dello chef.

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Il nostro percorso si conclude così, senza una vera fine; ce ne andiamo soddisfatti, ma anche con la voglia di tornare e di scoprire nuovi mondi di una ricerca che non si ferma mai.

Un’esperienza culinaria ed estetica assolutamente irrinunciabile, che vi consigliamo di provare. Il servizio è stato preciso, discreto e molto professionale.

Vini:

  • Ca’ del Bosco, Riserva Annamaria Clementi 2007

Il conto: 350 €/ps

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Il Datterino di Artusi – Baccalà mantecato

Prodotto scandinavo di origini antichissime, si narra che la diffusione in Italia del merluzzo essiccato (stoccafisso) si debba a un mercante veneziano. Nel lontano 1432, Piero Querini naufragò nella parte meridionale dell’arcipelago delle Lofoten, al largo delle coste norvegesi, oltre il circolo polare artico. Lì vide come gli abitanti locali si cibavano di merluzzi essiccati e, una volta rientrato a Venezia, fece conoscere lo stoccafisso ai suoi concittadini. Inizialmente poco considerato, il merluzzo essiccato si diffuse dopo la Controriforma e il Concilio di Trento come alimento “di magro” quasi esclusivo in tempo di Quaresima, soprattutto sulle tavole dei nobili. Lo si ritrova anche nel famoso cucinario di Bartolomeo Scappi, cuoco di papa Ghislieri (Pio V).

Il baccalà (conservato mediante salatura), pare che sia invece giunto in Italia attraverso il contatto di marinai baschi con le coste danesi e quindi introdotto nell’Europa mediterranea attraverso la Spagna. Attualmente, baccalà e stoccafisso sono molto diffusi in Italia; quest’ultimo soprattutto nel Triveneto (dove il termine baccalà identifica comunemente lo stoccafisso). L’Italia e la Croazia rappresentano i principali paesi consumatori di baccalà e stoccafisso nel mondo.

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Una delle ricette italiane più note preparata con questo prelibato ingrediente, è il baccalà mantecato, una crema di baccalà cotto nel latte e poi montato con olio di oliva e servito su crostoni di pane o polenta come antipasto; la ricetta è originaria del nord-est ma è oggi molto diffusa in tutta la penisola. Pellegrino Artusi ne descrive il gusto nobile e delicato e lo chiama “baccalà montebianco”.

La preparazione è semplice; utilizzate baccalà lasciato dissalare in acqua fredda per 3 giorni (sostituite l’acqua una volta al giorno). Regolate il sale solo alla fine della mantecatura, per evitare di eccedere. Servitelo su un crostone di polenta abbrustolito al grill.

Ingredienti (per 8-10 persone)

per la cottura

1200 g di baccalà
600 ml di latte
3 foglie di alloro
1 spicchio di aglio

per la mantecatura

300 ml di olio extravergine di oliva
1 spicchio di aglio tritato
1 ciuffo di prezzemolo tritato
sale qb

 

Procedimento

Disporre il baccalà in una casseruola con il latte, alloro e aglio e portare a bollore e cuocere per circa 20 minuti. Trascorsi i 20 minuti togliere il baccalà dalla casseruola, rimuovere la pelle e le spine presenti e lasciare raffreddare.

Trasferire il baccalà nella planetaria e rimestare velocemente con il gancio a foglia. Potete eseguire il procedimento a mando con un grosso cucchiaio di legno (mescolate in modo continuo con movimenti circolari).

Con il gancio in movimento (velocità media), aggiungere a filo tutto l’olio e lasciarlo incorporare lentamente, fino ad ottenere una crema soffice e spumosa. Aggiungele poi l’aglio e il prezzemolo. Aggiustare di sale e lasciar riposare in frigorifero per un paio d’ore.

Servire quindi a quenelle.

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Al Mercato Burger Bar, Milano

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Nella botte piccola c’è il vino buono?

Tra i molti locali di tendenza che hanno aperto negli ultimi anni a Milano, ci sono anche numerose “hamburgerie”, locali in cui l’ormai superato concetto di fast food si rinnova e si fa di tendenza con arredamenti moderni o post industriali, proposte limitate ma di livello e non necessariamente la necessità di cacciare via il cliente al termine del pasto.

Abbiamo girato qua e là, cercando un burger bar senza difetti, la carne migliore, le patatine perfette, gli abbinamenti più buoni e azzardati e il comfort dell’ambiente e del servizio. Dopo vari tentativi, siamo arrivati alla conclusione che il locale perfetto non esiste. A seconda che si preferisca un ambiente tranquillo e confortevole, la carne migliore, la patatina perfetta, la buona birra artigianale, l’hamburger più strano, più grande, con il pane migliore etc, esiste un posto specifico per ogni esigenza.

Nell’ambito di questa difficile quanto gustosa ricerca, abbiamo trovato un locale che può soddisfare qualche esigenza in più.

In una traversa di Corso Italia a Milano si trova Al mercato – Burger Bar, un piccolissimo locale che offre uno street food per cosi dire urbano. Il locale fa parte dell’omonimo gruppo Al mercato che comprende un ristorante, che condivide la cucina con il burger bar, e un noodle bar. Ci siamo stati una sera nel weekend; arrivati all’apertura, i pochi posti disponibili si sono occupati molto rapidamente; se non volete rimanere fuori ad aspettare, arrivate presto. Il locale può contenere una dozzina di persone.

Il menù propone un hamburger con ingredienti classici a cui si possono fare diverse aggiunte e variazioni, e una serie di sfizioserie e piatti da street food che possono accompagnare la cena.

Noi abbiamo provato un hamburger con cipolle caramellate e foie gras e un hamburger classico con cheddar invecchiato. Le patatine si ordinano, e si pagano, a parte; ci sono quelle classiche e le garlic fries (buone; l’aglio non è eccessivo).

Hamburger di dimensioni contenute, ottima carne, buon pane; complessivamente davvero buoni. Il foie gras era in realtà paté di foie gras, ma generosamente elargito. L’abbinamento di sapori tra la sapidità della carne, l’acidità della cipolla e la dolcezza del fegato grasso, davvero ben riuscito. L’hamburger classico con elementi ben equilibrati e buona cottura.

Meno positivo il giudizio sul locale; veramente molto piccolo, inoltre, non ben riscaldato nel periodo invernale. Se però sono le 19.30, vi trovate nei paraggi e avete voglia di un buon hamburger, vale proprio la pena fare una sosta!

Il Datterino con la Valigia – Francia – Madeleines

“… mi portai alle labbra un cucchiaino di the nel quale avevo lasciato che s’ammorbidisse un pezzetto di madeleine. Ma nello stesso istante in cui il liquido al quale erano mischiate le briciole del dolce raggiunse il mio palato, io trasalii, attratto da qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me. Una deliziosa voluttà mi aveva invaso, isolata, staccata da qualsiasi nozione della sua causa. Di colpo mi aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità, agendo nello stesso modo dell’amore, colmandomi di un’essenza preziosa.” M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto.

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La madeleine, tipico dolcetto francese a forma di conchiglia, è originario di Commercy, città della Lorena. Porta il nome della pasticciera francese Madeleine Paulmier che, al servizio del marchese Perrotin del Beaumont, si narra abbia offerto questo dolcetto nel 1755 in onore di una visita del duca di Lorena, sì proprio lui, Stanislao, suocero del re di Francia Luigi XV, lo stesso a cui pare si debba anche la ricetta del babà e della quiche lorraine.

Il fulcro della produzione artigianale delle madeleines è, dal XVIII secolo, la città di Commercy, ma famose sono anche le madeleines di Liverdun, Caen, Limoges.

Le madeleines erano in origine cotte in una valva di capasanta (coquille Saint-Jacques in francese) e si diffusero nel tempo lungo tutta la via del pellegrinaggio verso San Giacomo di Compostella (Santiago de Compostela), proprio per il loro nome; sono oggi infatti molto diffuse anche in Spagna.

Nel primo libro di “Alla ricerca del tempo perduto”, Marcel Proust dà alla madeleine il ruolo catalizzatore del recupero di memorie che sembravano svanite per sempre; recuperò che porterà allo sviluppo di tutta l’opera.

Ma se anche zia Léonie di rue Saint-Jacques non vi ha mai offerto uno di questi dolcetti ammorbidito nell’infuso di tiglio, siamo sicuri che apprezzerete le madeleines, e così i vostri ospiti di un the pomeridiano.

 

Ingredienti (per circa 40 madeleines)

200g di farina 00 (W170)
150 g di zucchero
125 g di burro
50 g di latte
3 uova
la scorza lavata e grattugiata di un limone
8 g di lievito chimico per dolci
un pizzico di sale

Procedimento

Montare i tuorli con lo zucchero fino ad ottenere un composto spumoso. Aggiungere gli albumi e montare ancora per qualche minuto. Aggiungere al composto la scorza di limone e il burro fuso. A parte, miscelare insieme la farina, il lievito e un pizzico di sale.

Sempre con le fruste in azione a minima velocità aggiungere al composto di uova la miscela di farina e lievito un cucchiaio per volta. Prima di terminare la farina aggiungere il latte. Unire quindi la farina rimanente. Sbattere con la fruste ancora per 2 minuti.

Il composto deve riposare in frigo per circa 30 minuti; questo riposo è fondamentale per ottenere il classico effetto “panciuto” delle madeleines.

Preriscaldate il forno a 240 °C. Imburrate e infarinate uno stampo per madeleines (per gli stampi in silicone potete evitare di imburrare) e, aiutandovi con un cucchiaio e un cucchiaino, riempite gli stampini con l’impasto per circa 2/3.

Infornate in forno statico a 240 °C per i primi 5 minuti e 150 °C per altri 5 minuti.

L’effetto finale dovrà essere un dolcetto soffice al centro, ambrato verso i bordi e con il caratteristico disegno a conchiglia.

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