Contraste, Milano

Un piccolo cancello in ferro battuto vicino all’Auditorium di Milano; questa la porta del mondo di Contraste, visionaria impresa culinaria dello chef uruguaiano Matias Perdomo. Il ristorante è immerso in una dimensione tranquilla, una vecchia casa di città milanese, che si raggiunge attraverso un cortile ed un ingresso che impongono al cliente di lasciar fuori ogni frenesia.

All’ingresso, l’opera Silenzio di Matteo Pugliese emerge dalla parete come un monito al lasciarsi trasportare e coccolare e un piccolo “buco della serratura” permette di spiare in anteprima il lavoro dello chef.

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La sala è, in sé, un’opera di contrasto; una specie di tana del coniglio di Alice nel Paese delle Meraviglie, dove si ha l’impressione di essere in un posto già visto, ma completamente nuovo.

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La proposta del menu risponde alla volontà dello chef di evitare i percorsi predefiniti e di interagire con i gusti dei commensali, costruendo un’esperienza culinaria personalizzata. Il menù si rivela uno specchio, che vuole essere il segno dell’accoglienza e dell’ascolto; attraverso alcune domande e richieste, il personale di sala vi condurrà alla scoperta del vostro menu.

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Per i più restii e tradizionalisti, esiste comunque un menù degustazione con cui ovviare ad ogni sorpresa.

Noi del Datterino abbiamo optato per il menu riflesso (10 portate).

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Il pasto si apre con uno scrigno e l’apertura di un lucchetto segna l’entrata vera e propria in una nuova dimensione culinaria. Dentro, tre amuse bouche finger-food: zucca e torroncino, sarda in saor e melone e Campari. Una suggestione e un messaggio dallo chef: l’innovazione, la tradizione, il territorio racchiusi in un’esperienza estetica, un mondo di cui ci è stata fornita una chiave.

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Dopo i primi passi in questa dimensione, incontriamo la “murrina di ricciola con leche de tigre” un delicato carpaccio arricchito dal sapore esotico ed energizzante della salsa sudamericana a base di sedano, zenzero e aglio, servita su un piatto morbido che richiama le forme dinamiche del vetro di Murano.

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Proseguiamo con la “rosetta di mortadella di triglia”, una piccola rosetta di pasta choux farcita con un salume di triglia affumicata e salsa al rafano; un trompe l’oeil che sembra onorare e nobilitare la tradizione povera della rosetta con la mortadella, ma con la delicatezza di un gusto e di una consistenza nuovi.

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Ancora una volta lo chef ci prende per mano e inganna gli occhi con i “noodles di capasanta, siero di parmigiano e dashi”. I noodles sono ottenuti frullando noci di capesante e colando il composto in olio caldo; il piatto è servito con dashi, siero di parmigiano, sesamo nero e limone salato. Una costruzione di sapori molto bilanciata e ben riuscita.

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Il nostro menu prosegue con “cozze cacio e pepe e salicornia”; proposte in un piatto-guscio nero la cui apertura spetta al cliente, quasi ad emulare l’apertura delle valve. Interessanti le note saline della granita di salicornia a bilanciare il gusto rotondo del formaggio.

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Lo chef ci propone poi “morone con salsa di bagna cauda, puntarelle croccanti e nocciole sabbiate”; con questo ensemble punta dritto al cuore e alla cucina della memoria ed è difficile dare un giudizio a qualcosa che ci riporta così indietro nel tempo. Il pesce è deliziosamente arricchito nella sua sapidità dalla salsa di bagna cauda e le puntarelle e il croccante delle nocciole sono il motore di un vero e proprio viaggio nel tempo.

Ecco quindi arrivare due classici dello chef, “gnocchi patate alla brace, mandorla e caviale” e “pasta alle vongole”; gusti decisi racchiusi in un piccolo raviolo che richiama a sapori noti in modo inusuale.

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Sorprendente poi il “donut alla bolognese”, una ciambellina di pasta che ha tutto l’aspetto di un donut glassato e racchiude invece una lasagna alla bolognese destrutturata, con tanto di ragù e besciamella. A questo punto è chiarissima la passione di Perdomo per la cucina regionale italiana, cui continua a rendere omaggio pur con una spinta innovativa fuori dal comune.

Un maialino-salvadanaio è la metafora di “ricchezza e povertà”: monete-gelatine di maiale che si sciolgono al contatto con una riduzione di cassoeula, ovvero la ricchezza materiale che viene meno di fronte alla ricchezza della cultura e delle tradizioni.

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Si continua con il “maialino e mostarda di zucca”, un cubetto di maialino glassato e gelatina di mostarda di zucca che ci conduce verso il fine pasto con un progressivo ritorno al mondo reale.

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Arriviamo a destinazione con il “manzo della Galizia con cacao e agrumi”; carne eccelsa e cottura perfetta.

Saremmo quindi al punto di dover salutare il Cappellaio Matto, che ci riserva però qualche dolce sorpresa: una “tarte tatin destrutturata” o forse ristrutturata, dal piatto all’ingrediente e “Pulp Fiction”: iceberg di cocco, proiettili di cioccolato e sangue di barbabietola.

Questa conclusione ci ricorda che qualcosa è successo, non è stato tutto un sogno e anche noi vi abbiamo preso parte.

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Ci risvegliamo sotto l’albero con un libro in mano e il profumo di una “torta delle rose e gelato alla vaniglia”; divina. Ma questo è il profumo di casa…

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DG

Vini:

  • Ca’ del Bosco Cuvee Annamaria Clementi, 2006, Franciacorta DOCG;
  • Ramos Pinto Late Bottled Vintage Port

Il conto: 240 €/ps

Il Datterino con la Valigia – Svezia – Lussekatter (Lussebullar)

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“Santa Lucia, la notte più lunga che ci sia!” La tradizione popolare vuole che la festa di Santa Lucia, il 13 dicembre, sia associata al solstizio d’inverno e rappresenti il momento dell’anno in cui è massima l’oscurità della notte. Rappresenta però anche il giorno da cui riprende il ritmo delle stagioni che porterà alla primavera di un nuovo anno, e il riaffacciarsi della luce sul mondo è celebrato con canti, processioni, e antiche leggende.

In Svezia il culto di Santa Lucia come portatrice di luce è molto antico e si è via via arricchito di usanze e costumi molto caratteristici, come quello di cantare una popolare melodia napoletata scritta nel 1849 da Teodoro Cottrau e diventata famosissima in Svezia a partire dagli anni ’20 del Novecento.

Vi è poi la tradizione di inscenare processioni in costume di giovani ragazze agghindate con tunica bianca e cintura rossa che portano candele in onore della Santa, rappresentata da una primogenita cui viene concesso l’onore di una corona di sette luci.

I lussekatter (gattini di Santa Lucia) o lussebullar (panini di Santa Lucia) si sono diffusi nei paesi scandinavi a partire dal XVII secolo, ed erano i dolci che la primogenita “Lucia” di ogni famiglia aristocratica offriva ai familiari nel giorno della festa. Si tratta di panini dolci di pasta lievitata arricchiti con il profumo e il colore dello zafferano. L’uso dello zafferano era associato al suo colore vivace, che richiama la luce e l’oro, ed anche al costo della spezia, segno di opulenza. Il dolce si fa così simbolo della luce e amuleto di prosperità per l’anno a venire.

Il motivo per cui questi buonissimi panini dolci allo zafferano si chiamano anche “gattini” di Santa Lucia, risale probabilmente a una leggenda tedesca del 1500 che vedeva in un gattino la metamorfosi di Lucifero. In modo più poetico, il tipico luccichio degli occhi dei gatti può anch’esso essere visto come una metafora della luce nella notte, così come la stessa festa di Santa Lucia.

Sono ottimi accompagnati con il tipico vin brulé (che in Svezia si chiama glögg) o anche con un caffe lungo, in un pomeriggio d’inverno.

Per l’impasto potete utilizzare una planetaria o farlo anche a mano.

Ingredienti (per circa 20 pezzi)

per l'impasto

50 g di lievito di birra
0,75 g di zafferano
100 g di burro
250 ml di latte
125 g di formaggio cremoso spalmabile (tipo quark);
1 uovo
½ cucchiaino di sale
200 g di zucchero semolato
600 g farina “00”

per guarnire

50 g di uvetta sultanina
1 uovo
granella di zucchero a piacere

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Procedimento

Mescolate lo zafferano e lo zucchero fino ad ottenere una polvere rosa.

In una casseruola dai bordi alti scaldate il burro e il latte (tenendone da parte 10 ml), fino a sciogliere completamente il burro. Spegnete il fuoco e attendete che il composto arrivi a 37°C.

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Sbriciolate in una ciotola o nel contenitore della planetaria il lievito di birra. Aggiungete al lievito due cucchiai di zucchero e zafferano e i 10 ml di latte che avrete tenuto da parte a temperatura ambiente; mescolate con un cucchiaio fino a sciogliere completamente il lievito. Attivate la planetaria e aggiungete tutti gli altri ingredienti rimasti. Potete impastare anche a mano o con lo strumento impastatore di uno sbattitore elettrico.

Impastate fino ad ottenere un composto liscio ed omogeneo che si staccherà dalle pareti della ciotola; saranno necessari circa 5-6 minuti con la planetaria.

Coprite l’impasto con un canovaccio umido e lasciate lievitare a temperatura ambiente, fino a quando non raddoppierà di volume (circa 45 minuti).

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Riponete l’impasto su un piano di lavoro infarinato e lavoratelo velocemente, se necessario aggiungendo un po’ di farina, fino a quando diventerà liscio e lucido.

Dividete l’impasto in quattro parti uguali, ed ognuna di queste in cinque parti, ottenendo venti panetti di dimensioni simili.

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Componete con ogni panetto un lussekatt, arrotolando ed allungando un cilindro di pasta di circa 25cm di lunghezza (come per preparare degli gnocchi). Arrotolate le estremità sui due lati opposti fino a raggiungere la metà formando così una S.

Decorate con due acini di uva passa al centro delle due spirali e riponeteli su una placca da forno rivestita di carta da forno. Spennellate con l’uovo i lussekatter e lasciate lievitare per circa 30 minuti.

Potete aggiungere dello zucchero a granella, se volete.

Infornate a 225°C (forno caldo) per circa 8 minuti; al termine della cottura saranno fragranti e dorati.

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La Dispensa del Datterino – Lo zafferano

La storia

Esistono molteplici leggende legate alla storia dello zafferano: dall’amore di Croco per la ninfa Smilace, amore non approvato dagli Dei tanto da trasformare Croco in un fiore bellissimo e prezioso. Altra leggenda vuole che Mercurio avesse colpito inavvertitamente l’amico Croco e per ricordarne la memoria ne avesse tinto con il sangue la preziosa pianta.

Il fiore nel corso dei secoli è sempre stato associato alla regalità, alla divinità e alla nobiltà. E’ stato variamente usato nell’arte tintoria, la cosmesi e come medicamento.

Il più antico documento che ne attesta il suo uso è un papiro egiziano del XV secolo a.c. Successivamente giunse in Europa e in particolare nei paesi Mediterranei che ancora oggi lo coltivano.

Numerosi i documenti storici che affermano la presenza dello zafferano in Italia in diverse regioni del Centro Italia. La tesi prevalente afferma che lo zafferano è stato portato da un monaco abruzzese del Tribunale dell’Inquisizione nel XVI secolo dalla Spagna in Abruzzo; in Sicilia, in Sardegna e in alcuni paesi dell’Italia centrale la coltivazione fu sostenuta dai mercanti che ne lodavano la qualità.

La coltivazione

La pianta dello zafferano (crocus sativus) nasce da un piccolo bulbo che si sviluppa poi con foglie filiformi, color verde smeraldo e un fiore di colore viola da cui si ricava la spezia.

Se volte dilettarvi nella coltivazione dello zafferano potete farlo anche in vaso.

Lo zafferano si coltiva iniziando con la messa a dimora dei bulbi nel mese di agosto, come avviene per i fiori di tulipano. Vi occorrono una manciata di bulbi, a seconda dello spazio che avete a disposizione.

Lo zafferano teme i ristagni d’acqua nei sottovasi. Ricordate sempre di svuotarli. Inoltre, i fiori di zafferano hanno bisogno di molta luce, quindi scegliete bene la posizione dei vasi.

Tra la fine di ottobre e la prima settimana di novembre si avrà la prima fioritura; degli stupendi fiori viola.

I fiori di zafferano si schiudono soltanto per pochi giorni e appassiscono in fretta. Pertanto la raccolta deve avvenire alla prima fioritura.

Si consiglia di raccoglierli alle prime luci dell’alba quando i fiori sono chiusi in modo da non rovinare gli stimmi.

La raccolta

Gli stimmi di zafferano si trovano all’interno del fiore (tre stimmi di colore rosso).

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Dopo aver raccolto il fiore, aprire delicatamente i petali e procedere con l’estrazione degli stimmi.

 

Successivamente si procede con l’essicazione. Noi li abbiamo lasciati essiccare in forno appena tiepido, spento (massimo 45 gradi).

Dopodichè, lasciarli raffreddare e poi avvolgerli in tessuti o fogli di alluminio e poneteli in barattoli a chiusura ermetica.

Ricordatevi che i bulbi dello zafferano continuano a essere adatti alla coltivazione per quattro anni.

Il Datterino di Artusi – Insalata russa

L’insalata russa è un antipasto freddo di verdure, ampiamente diffuso in Italia dall’inizio del Novecento; viene generalmente servito nei pranzi in famiglia del periodo Natalizio, trattandosi di una ricetta molto ricca, per la presenza della maionese e che può essere ulteriormente arricchita con la presenza di tonno, gamberetti, acciughe, secondo l’uso locale.

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Esistono varie teorie sull’origine della ricetta; una delle più note afferma che è stata creata intorno alla seconda metà dell’Ottocento da Lucien Olivier, cuoco di origine belga, nelle cucine dell’Hotel Hermitage di Mosca, dove i piatti francesi venivano spesso riadattati alla tradizione russa. Si narra che lo chef sperimentò un pastiche di petti di pernici, quaglie e code di gamberi di fiume ricoperti da gelatina e maionese aggiungendo patate, tartufi, sottaceti e uova. La ricetta piacque molto alla clientela aristocratica e si diffuse la moda di mescolare gli ingredienti a mo’ d’insalata condita.

Secondo un’altra teoria, questa insalata si chiama russa perché, durante l’invasione francese in Russia, un politico francese, Lucien Olivier (omonimo dello chef belga), l’aveva introdotta nel Paese, dove ancora continua infatti a chiamarsi insalata Olivier. Un’altra fonte colloca la nascita dell’insalata russa nel Cinquecento in Francia, dove sarebbe stata diffusa dopo l’arrivo di Caterina de’ Medici quando vi si trasferì nel 1533. Infine c’è chi sostiene che si tratti di un’invenzione tutta italiana. Il nome sarebbe l’omaggio del cuoco di corte dei Savoia alla visita di importanti delegati russi a fine ‘800.

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La ricetta di Artusi è arricchita dalla barbabietola, successivamente caduta in disuso ma che oggi si ritrova piuttosto frequentemente nelle varianti del piatto.

Per noi del Datterino, l’insalata russa è una di quelle ricette della memoria a cui non possiamo rinunciare e che rimanda alle feste Natalizie in famiglia; per questo non potevamo esimerci dal seguire il gusto del ricordo, che prevede, secondo l’uso piemontese, di arrichire la maionese con tonno e alici.

Ingredienti (per 6 persone)

per la maionese

3 tuorli d’uovo
375 g di olio di semi di girasole
30 g di succo di limone
10 g di aceto di vino bianco
sale q.b. e, se piace, un pizzico di pepe bianco

per l'insalata 

80 g di radicchio variegato
140 g di barbabietola rossa*
200 g di patate*
100 g carote*
120 g piselli*
50 g fagiolini*
40 g di cetriolini sottaceto
25 g di capperi sottaceto
120 g di tonno sott’olio
2 filetti di alici sott’olio
5 uova sode

(* si intende il peso lessato)

Procedimento

Per la maionese

Utilizzando un frullatore ad immersione, frullate i tuorli insieme a metà del succo di limone. Aggiungete quindi gradatamente l’olio, frullando e incorporandolo progressivamente e, raggiunta la metà dell’olio, incorporate l’altra metà del succo di limone; proseguite quindi con l’olio a filo fino ad esaurirlo. Aggiungete l’aceto bianco. Ottenuta un’emulsione fluida ed omogenea, dall’aspetto opaco, salare e pepare. Lasciate riposare in frigo per un paio d’ore.

Per la composizione

Lavate e asciugate le foglie di radicchio e tagliatele a listarelle. Lessate separatamente i fagiolini, le patate, le carote e la barbabietola. Tagliate le carote, le patate, i fagiolini e la barbabietola a pezzetti delle dimensioni di un cece. Mescolate insieme tutte le verdure e salate.

Sminuzzate finemente i filetti di alici insieme al tonno sgocciolato. In una ciotolina mescolate il tonno e alici con tre cucchiai abbondanti di maionese, fino ad ottenere una crema omogenea.

Aggiungete alle verdure il composto, due uova sode a tocchetti e tutta la maionese rimasta. Mescolate fino a rendere il composto omogeneo.

Tagliare le altre tre uova sode per usarle come guarnizione (potete usare un tagliauova).

Componete il piatto secondo il vostro gusto e lasciate riposare in frigorifero per 3-4 ore.

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Potete servire l’insalata come antipasto con grissini o crostini di pane o, secondo un uso più antico, per accompagnare lessi o arrosti.

Come antipasto, può essere abbinato ad un vino bianco spumante molto secco, es. un Franciacorta dosage zero.

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La Pizzeria Nazionale, Milano

Per un sabato sera, meglio poolish o biga?

Se avete dei dubbi, potete fare un salto alla Pizzeria Nazionale, a Milano. Il locale si trova in via Palermo, zona Brera, recentemente riaperto dopo un restyling accurato. In un ambiente molto grazioso, che ricorda un giardino estivo, è possibile gustare un’ottima pizza slow, accompagnata da pregevoli birre artigianali di produzione nazionale.

volta

Il menu propone una piccola selezione di antipasti e contorni tipici dello street food italiano (polpettine di baccalà, mozzarella in carrozza, parmigiana, bruschette), ma a farla da padrone è la pizza, che viene proposta in due varianti, con impasto soffice o croccante.

L’impasto soffice è prodotto con lievitazione indiretta grazie ad una miscela lievitante solida, la biga, che consente una lunga lievitazione dell’impasto (almeno 12 ore) utilizzando minime quantità di lievito. L’impasto croccante è invece costituito da un prefermento lievitante fluido, il poolish, che viene poi aggiunto alla miscela di farina di grano tenero e farina di riso e fatto lievitare per circa 12 ore.

Le pizze vengono poi cotte in forni elettrici in pietra che producono una cottura del tutto simile a quella del forno a legna tradizionale.

 

A seconda dei gusti si può scegliere tra pizze più tradizionali (margherita, marinara, napoletana, capricciosa) o più ricercate (parma e crema di bufala, burrata e tartufo, salsiccia e patate viola); noi abbiamo provato la diavola ‘nduja con impasto soffice e la parma e crema di bufala con impasto croccante. La pizza soffice è una tipica pizza napoletana con cornicione spesso e morbido; con la ‘nduja e basilico il connubio risulta equilibrato e molto gustoso.

La pizza croccante con crudo e crema di bufala ha un gusto più delicato, che avrebbe forse potuto giovarsi di un condimento più generoso.

Nota positiva è sicuramente il prezzo, che per le pizze varia dai 5 ai 12 euro, senza rinunciare alla qualità dei prodotti e senza doversi sottoporre ad un trattamento da fast food.

Consigliato per una cena informale o in coppia.

Vini: nessun vino, una birra chiara e una MoleCola.

Il conto: 35 € (2 persone)

Il Datterino di Artusi – Strudel

“Non vi sgomentate se questo dolce vi pare un intruglio nella sua composizione e se dopo cotto vi sembrerà qualche cosa di brutto, come un’enorme sanguisuga, o un informe serpentaccio, perché poi al gusto vi piacerà.”

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In Italia lo strudel è considerato il dolce altoatesino per eccellenza. Il suo caratteristico profumo rimanda al sapore dell’autunno, all’aria pungente di montagna, a un caldo focolare domestico. Si tratta comunque di un dolce di provenienza balcanica e la sua ricetta è considerata patrimonio della pasticceria austro-ungarica, nella quale rientra a partire dal progressivo consolidarsi dell’egemonia austriaca in Ungheria, dopo che questa vide ripetute dominazioni da parte dell’impero ottomano. Dalla tradizione pasticciera turca, che utilizza frutta, miele e noci in dolci molto aromatici (come ad esempio il baklava), si diffonde in Ungheria e poi nell’Impero d’Austria e in quello che ora è territorio di Trento e Bolzano, laddove abbondano mele di ottima qualità.

Se ne trovano oggi numerose varianti, sia nella farcia che nella pasta. Non è raro nei caffè di Bolzano l’uso della frolla; la ricetta “originale” viennese prevede però l’uso di una sfoglia compatta molto sottile (simile a quella della pasta all’uovo) ed è a questa ricetta che si rifà l’Artusi nel suo libro e che vi proponiamo.

Per la farcia si prediligono mele acidule, come le renette, le granny smith o le golden non completamente mature. L’uvetta può essere fatta rinvenire in grappa, brandy o rum. Il pan grattato tostato ha lo scopo di isolare e assorbire l’umidità del ripieno e di permettere una cottura più uniforme della pasta.

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Lo strudel è ottimo servito tiepido e può essere accompagnato con panna montata e frutti di bosco, gelato alla vaniglia o anche una clotted cream all’inglese.

Ingredienti (per 4 persone)

per la pasta strudel

250 g di farina “00”
1 uovo
50 g di burro
50 ml di latte tiepido
una presa di sale

per il ripieno

850 g di mele (corrispondono circa a 5 mele)
100 g di uvetta
1 cucchiaio di cannella
un pizzico di noce moscata
50 ml di grappa
la scorza grattugiata di un limone
80 g di pan grattato
50 g di burro
il succo di mezzo limone

per guarnire

latte
zucchero a velo

Procedimento

Per la pasta

Aggiungere alla farina l’uovo intero e il burro sciolto tiepido ed iniziare ad impastare con il latte, incorporando pian piano tutta la farina. Impastare a mano fino ad ottenere un panetto morbido e di consistenza elastica. Ungere il panetto con un po’ di burro e lasciar riposare per 30 minuti a temperatura ambiente, coprendolo con pellicola per alimenti.

Per il ripieno

Mettere in ammollo l’uvetta con la grappa.

In una padella far tostare il pan grattato con il burro, fino a quando assumerà un colore ambrato, rimestando continuamente.

Sbucciare le mele e metterle in ammollo in una ciotola con acqua molto fredda e il succo di limone. Dividere le mele in quattro parti, eliminare il torsolo e affettarle a pezzetti.

Aggiungere alle mele lo zucchero, l’uvetta, la scorza di limone, la cannella e la noce moscata. Mescolare il tutto e lasciar riposare.

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Infarinare il panetto di pasta e stenderlo con un matterello su un canovaccio infarinato a sua volta, fino ad ottenere una sfoglia liscia e molto sottile, dandole una forma irregolarmente rettangolare.

Stendere uno strato di pan grattato tostato sulla pasta in una strato sottile a circa 10cm dal margine lungo (ottenendo un rettangolo di circa 10cm x 30cm).

Stendere quindi il ripieno sul pan grattato, fino a circa 3cm dai margini laterali.

Con l’aiuto del canovaccio arrotolare la pasta in un solo senso fino a chiudere completamente. Ripiegare i bordi laterali verso il basso. Posizionare su una placca da forno e spennellare la superficie con latte.

Cuocere in forno statico caldo a circa 180°C per 50 minuti; il dolce dovrà apparire di un bel colore ambrato.

Servito a fine pasto può essere abbinato con un Moscato Giallo del Trentino o un Moscato d’Asti; per una pausa dolce nel pomeriggio, con un caffè o un the nero.

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Il Datterino di Artusi – Pesce a taglio in umido

Il Datterino di Artusi – Pesce a taglio in umido

“Di questa ricetta vo debitore a una vedova e spiritosa signora il cui marito, siciliano, si divertiva a manipolare alcuni piatti del suo paese, fra i quali il nasello alla palermitana e il pesce a taglio in umido…”

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Per la preparazione di questo piatto si possono usare varie tipologie di pesce, come il branzino o il dentice; noi vi suggeriamo l’uso della ricciola, pesce azzurro molto pregiato, dalle carni bianco-rosee compatte.

La ricetta dell’Artusi, nella sua semplicità, può essere eventualmente arricchita con prezzemolo, olive, capperi o altri ingredienti secondo l’uso della vostra regione.

Ingredienti (per 4 persone)

2 ricciole di piccola taglia (circa 600g l’una)
1 cipolla bionda
2 coste di sedano
1 chiodo di garofano
600 g di passato di pomodoro
2 spicchi d’aglio rosso
un peperoncino ciliegino piccante 
150 g farina “00” 
olio extravergine di oliva q.b.
sale e pepe q.b.

Procedimento

Sfilettare la ricciola. Con un coltello affilato per il pesce, incidere trasversalmente al di sotto della testa e al di sopra della coda fino alla lisca. Passare la lama per il lungo rimandendo a ridosso della lisca fino a ricavare il filetto. Ripetere il passaggio sull’altro lato, ottenendo così due filetti per ogni pesce; non eliminare la pelle. Rimuovere eventuali spine residue presenti.

Infarinare i filetti e preparare un trito con il sedano, cipolla e l’aglio. In un’ampia padella rosolare i filetti infarinati nell’olio (circa un minuto per lato).

Togliere i filetti rosolati dalla padella e tenerli da parte. Nella stessa padella fare un soffritto con il trito di cipolla, sedano e aglio; aggiungere un chiodo di garofano.

Lasciare imbiondire, quindi aggiungere la salsa di pomodoro; salare e pepare a piacere. Vi consigliamo di aggiungere un peperoncino ciliegino per una leggera nota piccante ed esaltare la mediterraneità del piatto. Lasciatelo sobbollire per circa 15 minuti a fuoco dolce.

Immergere i filetti nel sugo e completare la cottura del pesce per 4/5 minuti. Si consiglia di coprire i filetti con la salsa ma di non voltarli per non rovinare l’integrità della polpa.

Servite il pesce con abbondante sugo di cottura.

Suggeriamo di abbinare con un vino bianco fruttato, come un Roero Arneis del Piemonte.

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Enoclub, Alba (CN)

Tra Asti e Cuneo, in un paesaggio ricco di vigneti, noccioli e betulle, nel suo più tipico apparire autunnale fatto di colline immerse nella nebbia, si trova uno dei terroir più fecondi d’Italia, la regione delle Langhe. Se i signori di questo piccolo regno del gusto sono i tanti vini, le nocciole ed i tipici formaggi e salumi, il tartufo bianco ne è certamente il principe.

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La raccolta di questo magnifico prodotto spontaneo della terra avviene principalmente tra ottobre e novembre ed in questi mesi la città di Alba si trasforma in un vero e proprio mercato internazionale del tartufo.

La passeggiata che conduce attraverso le vie del centro, gremite di avventori e turisti provenienti da molte parti del mondo, da piazza Duomo e attraverso via Vittorio Emanuele, conduce in piazza Michele Ferrero (ex piazza Savona), ove si trova il ristorante Enoclub.

Il locale consta di una moderna sala contemporanea (il Caffè Umberto Bistrot) che si apre sui portici della piazza e, al piano interrato, di una pittoresca sala frutto del recupero di una vecchia cantina, l’Enoclub Ristorante. L’ambiente è curato ed elegante, suggestivo per la qualità del recupero architettonico, dell’arredo e dell’illuminazione.

Il menu, ristretto e molto ricercato, propone ingredienti tipici del Piemonte, ma con un piglio innovativo e deciso; nel periodo della fiera del tartufo propone anche una selezione di piatti che sono tradizionalmente associati a questo magnifico ingrediente. Il nostro pranzo inizia con un’amuse bouche di “cialda croccante e polpo su crema di topinambur”, dal gusto pregevolmente delicato e con un primo forte richiamo al territorio.

Ci lasciamo quindi tentare dai piatti al tartufo con “uovo bio poché con fonduta e tartufo bianco” e “tajarin 30 tuorli al burro d’alpeggio con tartufo bianco”, abbinamenti tipici che esaltano l’intenso profumo e il gusto delicato; ottima la fonduta al castelmagno.

Proseguiamo con “spalla di manzo brasata, porcini e spinaci”, “guancia di maiale, purè di sedano rapa e castagne e funghi pioppini” e la “lingua di bue croccante, salsa rossa e bagnèt verde, senape e salsa cren”. Le carni proposte, a tipica cottura lunga, risultavano morbide e saporite. Particolarmente pregevole la lingua di bue con riduzione al vino rosso con le tipiche salse al prezzemolo (bagnèt verde) e rafano (cren).

Una piccola selezione di dessert, prevalentemente al cucchiaio. Abbiamo provato il “cremoso cioccolato fondente, cachi, meringa e crumble di castagne”, la “torta di nocciola, zabaione al marsala, gelato alla nocciola” e “cremoso cioccolato bianco bruciato, noci, pan brioche al finocchietto, gelato ai fichi”. Consigliamo particolarmente la torta di nocciola, profumato e delicato fine pasto, ottimamente accompagnato con un vino liquoroso.

Il servizio è stato discreto, puntuale e molto efficiente, la mise en place minimale ed elegante.

Il posto è altamente consigliato, in particolare per un pranzo o una cena di coppia o un’occasione più formale.

Vini: Merlot, “Bellotti, Semplicemente Vino Rosa”

Il conto: 270 € (3 persone)

Il gusto vicino e lontano.

Il gusto vicino e lontano.

“Non vorrei però che per essermi occupato di culinaria mi gabellaste per un ghiottone o per un gran pappatore; protesto, semmai, contro questa taccia poco onorevole, perché non sono né l’una né l’altra cosa. Amo il bello ed il buono ovunque si trovino e mi ripugna di vedere straziata, come suol dirsi, la grazia di Dio.”

Pellegrino Artusi, “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”.

Benvenuti sul Datterino!

Questo blog nasce dal desiderio di dare una voce (e un valore!) alle scoperte culinarie di due amanti del cibo e delle più varie declinazioni del gusto, senza limiti di tradizione o sperimentazione, senza pregiudizi e senza la pretesa di una valutazione assoluta.

Il datterino è un pomodorino frutto di un incrocio di specie di origine asiatica. Il pomodoro, in cucina rappresenta l’essenza di una tradizione, quella italiana e mediterranea, che si è consolidata su un prodotto venuto da lontano, dalle Americhe, e su cui è stato fatto un sapiente gioco di incroci e selezioni per portarlo alla consistenza e al colore che oggi tutti gli attribuiamo fino a renderlo quasi un simbolo della nostra cucina nazionale. Ma la tradizione non è mai per sempre e la ricerca e la selezione di nuovi prodotti ci ha portato a vedere nel datterino anche un prodotto concreto dell’evoluzione culinaria della nostra terra, che di nuovo si avvale di specie lontane.

Fatta questa premessa, come non vedere nel datterino il simbolo di una cucina senza pregiudizi di origine o di cultura, non ingabbiata nella tradizione ma che la esalta con il meglio che la terra ci può fornire?

Il meglio del gusto, vicino e lontano.

Ma in cucina non sono solo i prodotti a viaggiare. Il sapore e le emozioni del gusto sono sempre legate al “dove” e al “quando”. Al “dove” perché la realtà di un luogo, fatta di persone e ricordi, profumi e stagioni, immagini e tradizioni, contribuisce a costruire quel gusto nella sua accezione più concreta. Il “quando” è il motore di un viaggio verso il passato o verso il futuro; il cibo si fa memoria, richiamo o inconsapevole mutazione dell’essere.

Le nostre emozioni legate alla cucina e alla ricerca del gusto sono ciò che ci ha spinto a creare questo blog.

Vogliamo raccontarvi e dare un valore alle nostre esperienze culinarie, portandovi con noi a scoprire luoghi e sapori.

Se siete pronti, partiamo.