Dongiò, Milano

I sapori della tradizione e della semplicità contadina immersi in un ambiente raccolto e che ricorda un’Italia di altri tempi che si rivive sempre con piacere. Questa è la sensazione che si ha entrando al Dongiò di Milano. Il locale si trova in zona Porta Romana, in un’area residenziale tranquilla. La prenotazione, soprattutto nel fine settimana, è d’obbligo.

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Il menù offre piatti della cucina tradizionale calabrese, prevalentemente di terra, presentati in modo schietto e verace, con un rapporto qualità-prezzo davvero ottimo.

Scegliamo di immergerci a capofitto nel menù partendo dagli antipasti: “bruschetta al caviale di Calabria (sardella piccante)” e “bruschetta con la ‘nduja”. Potremmo definirli la Nutella e il burro d’arachidi di Calabria: la sardella è una spalmabile a base di bianchetti e peperoncino piccante tipica della costa jonica, mentre la ‘nduja una pasta ottenuta macinando le parti grasse del maiale con peperoncino e spezie più diffusa nell’area tirrenica e meridionale della Calabria.

Buona la scelta dei primi; pasta con sughi e condimenti molto ricchi, come tipico delle regioni del Sud. “Maccheroni all’uso di Crotone” e “linguine alla cafoncello”; il primo piatto una pasta corta condita con una salsa di pomodoro, cipolla, salsiccia, erbe aromatiche e pecorino; il secondo con un ricco pesto di pomodoro, salsiccia piccante, pecorino, battuto di basilico e pinoli; piatti abbondanti così come vuole la tradizionale cucina meridionale ed estremamente gustosi che riportano alla mente i pranzi domenicali in famiglia.

Proseguiamo con i secondi: “polpettine di manzo in sugo di pomodoro” e “ bocconcini di pollo all’Aragonese (pomodorini, melanzane, cipolla, capperi, ricotta stagionata e pecorino)”; molto gustosi. Il tutto accompagnato da un Cirò rosso di buona qualità.

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Concludiamo con un dolce tipico e di origini molto antiche, “la pitta ‘mpigliata”, un sfoglia di pasta dolce all’olio con frutta secca e spezie, e un ottimo amaro d’erbe.

Vi consigliamo una visita, se avete voglia di una cucina casalinga, verace e gustosa.

Vini:

  • Vino della casa (Cirò Rosso) ½ litro

Il conto: 35 €/ps

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Afternoon Tea 1 – Battenberg cake

La Battenberg cake è un tipico dolce da forno della tradizione inglese, in realtà poco diffuso in Europa. Composto da due tipi di sponge alla mandorla di colore rosa e giallo e rivestito di marzapane, è uno dei tipici dolci serviti all’afternoon tea inglese.

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Le sue origini si fanno risalire alla fine dell’Ottocento; fu probabilmente creata in occasione del matrimonio della principessa Vittoria, nipote della regina Vittoria, con il principe Luigi di Battenberg nel 1884. Il principe era appartenente alla famiglia dei Mountbatten, originaria della Germania, e la tradizione vuole che l’aspetto a scacchiera della torta con i quattro quadranti alternati fosse dedicata ai quattro principi di Battenberg (Luigi, Alexander, Franz-Joseph e Henry). In realtà le prime versioni del dolce erano più grandi e composte da almeno nove quadranti (così era ad esempio la ricetta codificata nel 1898 da Frederick Vine).

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La preparazione di questo dolce non richiede molto tempo, ma non è semplicissima: i quadranti vanno tagliati con una certa regolarità e il dolce va composto in modo simmetrico; se non volete fare da soli il marzapane, potete utilizzare i panetti già confezionati o chiederlo al vostro pasticciere di fiducia. Il dolce viene servito tagliato a fette di circa 2cm di spessore.

Sicuramente i vostri ospiti di un the pomeridiano apprezzeranno moltissimo questo dolce sofisticato e delicato.

Ingredienti per due torte di circa 20cm di lunghezza e sezione di 
5cm di lato (ognuna per circa 10 fette)

per l’impasto

350 g di burro a pezzetti ammorbidito
350 g di zucchero semolato
100 g di mandorle dolci tritate
280 g di farina 00
8 g di lievito per dolci
6 uova
1 bustina di vanillina

    per l’impasto giallo
1 cucchiaino di aroma mandorla

    per l’impasto rosa
colorante alimentare rosso o rosa

per guarnire

200 g di marmellata di albicocche
800 g di marzapane (2 panetti da 400 g)

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per il marzapane

500 g di mandorle dolci
500 g di zucchero a velo
2 albumi

Procedimento

Preparare quattro teglie rettangolari di alluminio, imburrarle e infarinarle (o utilizzare uno spray antiaderente per dolci). Preriscaldare il forno statico a 180 °C.

Preparare la sponge; iniziare con un impasto unico. Montare il burro ammorbidito con lo zucchero in una planetaria, fino ad ottenere una spuma soffice. Aggiungere la vanillina e le mandorle tritate. Unire quindi progressivamente le uova, uno ad uno, e la farina setacciata con il lievito per dolci, cucchiaio dopo cucchiaio, alternando uova e farina. Ottenuto un impasto omogeneo e soffice, trasferirne metà (circa 700 g) in una seconda ciotola.

Separati i due impasti, unire al primo un cucchiaino di aroma mandorla concentrato e al secondo il colorante alimentare, liquido o in polvere, fino ad ottenere un colore rosa intenso.

Versate gli impasti nelle teglie di alluminio (da ogni ciotola dovrete ottenere due torte), due rosa e due gialle.

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Infornare per circa 35 minuti a 180 °C. Lasciate raffreddare.

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Preparate il marzapane. Tritate finemente le mandorle dolci; impastate quindi le mandorle e lo zucchero a velo con gli albumi, fino ad ottenere un impasto denso e compatto. Lasciatelo riposare qualche ora avvolto in una pellicola.

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Togliete le torte dagli stampi. Rimuovete la crosta della torta dai sei lati con un coltello; otterrete due parallelepipedi gialli e due rosa.

Per la composizione di una torta utilizzerete una sponge gialla e una rosa. Ricavate da ognuna due parallelepipedi di circa 2,5 x 2,5 x 20cm.

Stendete ora un panetto di marzapane su carta da forno (potete utilizzare zucchero a velo o spray antiaderente per stendere) in un quadrato di circa 25cm di lato (lo spessore dovrebbe essere di circa 5mm). Spennellate il marzapane con la marmellata di albicocche (circa 100g per torta).

Ponete ora 4 parallelepipedi (due rosa e due gialli), alternati a scacchiera sul marzapane, iniziando a circa 5cm da uno dei lati del quadrato di marzapane. Ad ogni quadrante date una generosa pennellata di marmellata. Ripiegate quindi il marzapane sul dolce, fino a congiungervi con la base del lato opposto. Chiudete premendo con le dita o con i rebbi di una forchetta. Rifilate i margini sui lati corti del dolce.

Lasciate riposare un paio d’ore prima di servire.

Il Datterino di Artusi – Orata al limone

“Non è un piatto difficile a farsi e però vi consiglio di provarlo, persuaso che ve ne troverete contenti” (P. Artusi).

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Ingredienti
2 orate
la buccia di un limone
il succo di un limone
2 spicchi di aglio
farina q.b.
sale q.b.
olio q.b.
pepe nero, timo

Procedimento

Squamate ed eviscerate le orate sotto acqua corrente.  Infarinate le orate. In una padella versate l’olio, mettete l’aglio, e lasciare rosolare le orate precedentemente infarinate.Dopodiché aggiungete il succo e la buccia di limone. Lasciatele cuocere a fuoco lento per circa 15 minuti avendo cura di girarle da entrambi i lati per permettere la cottura. Durante la cottura salate e pepate da entrambi i lati.

A cottura ultimata procedete con la sfilettatura.

Il Datterino di Artusi – Canederli (Knödel)

I canederli (in tedesco Knödel) sono un piatto tipico della tradizione contadina dell’Alto Adige; essendo un piatto povero, in origine consistevano semplicemente in polpette di pane raffermo tenuto insieme con latte o acqua e uova.

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I canederli sono diventati anche un piatto tipico della cucina regionale italiana; si preparano in Trentino, Friuli Venezia Giulia, nell’alta Valtellina e nella provincia di Belluno.

In Friuli sono conosciuti come chineglis o chineghi, a Trieste “gnochi de pan” (gnocchi di pane) mentre i “canederli” veri e propri sono quelli altoatesini.

Una leggenda narra che, durante la loro discesa in Italia nel ‘600, un gruppo di Lanzichenecchi arrivò in un maso altoaltesino e minacciò una contadina di appiccare il fuoco alla casa se non avessero avuto subito da mangiare. La contadina non si scoraggiò e radunò i pochi ingredienti che aveva in casa. Prese del pane raffermo, del latte, delle cipolle, uova, speck e farina. Fece delle polpette che cosse in acqua bollente e, secondo la leggenda, le salvarono la vita. I soldati furono molto soddisfatti e grati per l’ottimo pasto.

Pare però che la vera ricetta abbia origini ancora più antiche: la si trova rappresentata negli affreschi della cappella del castello di Appiano, vicino a Bolzano, che risale agli inizi del XIII secolo: in quello che raffigura la nascita di Gesù si vede la Madonna rivolta verso un’ancella che sta cuocendo dei grossi gnocchi in una larga padella e che è raffigurata proprio nell’atto di assaggiarne uno. L’affresco diventa la Knödelesserin, ovvero la mangiatrice di canederli: la prima e più antica rappresentazione dei canederli della storia.

I canederli vengono cotti nel brodo di carne e generalmente serviti in brodo o con burro fuso; come per tutte le preparazioni “povere” ne esistono diverse varianti, arricchite con spezie e verdure diverse. Vi presentiamo la ricetta dei canederli nella loro versione più semplice; aggiustateli di sale solo alla fine dell’impasto e cuoceteli in un ottimo brodo di carne. Potete accompagnarli con vino rosso del trentino, un Lagrein o Marzemino, ma, visto il loro carattere, anche un nebbiolo della Valtellina.

 

Ingredienti (per 12 canederli, 4 persone)

250 g di pane raffermo
150 g di speck
3 uova
150 ml di latte
1 cipolla bionda piccola
50 g di burro
10 g di prezzemolo tritato
60 g di farina
sale e pepe q.b.
noce moscata q.b.
brodo di carne

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Procedimento

Preparare tutti gli ingredienti, il pane tagliato a dadini, la cipolla a cubetti e il prezzemolo tritato. Sbattere le uova con il latte e con il sale, pepe e noce moscata e versare sul pane. Rimestare grossolanamente e lasciare riposare per 20 minuti.

In un pentolino rosolare la cipolla con il burro fino a dorarla; aggiungere lo speck e lasciare insaporire per 1-2 minuti a fuoco dolce; togliere dal fuoco e lasciare raffreddare.

Rimestare nuovamente il pane con un cucchiaio di legno o in una planetaria fino a rendere il composto più omogeneo. Aggiungere quindi il soffritto di cipolla, speck e burro, il prezzemolo e la farina. Mescolare ancora per qualche minuto. Aggiustare di sale. Lasciare riposare il composto per almeno 30 minuti.

Con le mani inumidite create delle piccole sfere, circa 4 cm di diametro. Cuocete i canederli nel brodo caldo in ebollizione per circa 15 minuti, o comunque fino a quando verranno a galla. Servitene 3 per commensale, con un po’ di brodo di carne e una spolverata di pepe nero macinato fresco.

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Osteria Francescana, Modena

Non è facile descrivere l’esperienza di trovarsi di fronte a un capolavoro dell’arte, perché è solo sperimentando quelle sensazioni che si può davvero capire e apprezzare. Mai come in questo caso ci siamo sentiti un po’ limitati nel trasmettervi a parole la completezza di un’esperienza sensoriale unica e che trascende il gusto personale. La cucina di Massimo Bottura non ha certo bisogno di promozioni; l’Osteria Francescana è stata nominata tra i migliori ristoranti del mondo in tutte le guide internazionali (primo ristorante nel The World’s 50 Best Restaurant 2016) e celebrata con le tre stelle Michelin dal 2012.

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Come in tutte le esperienze estetiche, che ad esempio ci si ritrovi ad amare l’arte greca, la scultura rinascimentale o l’Impressionismo, un estimatore dell’arte non può esimersi da una visita in uno dei templi artistici per definizione, il Louvre o la Galleria degli Uffizi.

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La vita di Massimo Bottura è stata segnata da un forte eclettismo e, insieme con la radicata tradizione gastronomica modenese, si è così creato un binomio forte ed una voce che ha saputo imporsi non solo sul gusto dei critici più aperti, ma anche sulla rigida critica modenese, emiliana ed italiana in generale.

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L’Osteria Francescana, nota da alcuni decenni come locale di ritrovo, è stata rilevata da Bottura nel 1995 e trasformata in un locale sobrio ed elegante, perfetta location per una cucina intraprendente, emotiva e a volte provocatoria.

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Vi è la possibilità di scegliere tra due menu degustazione e un menu à la carte. Per immergerci a tutto tondo nell’esperienza “Bottura” abbiamo scelto il menu degustazione più completo, denominato “Tutto”, da 12 portate.

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L’entrée prevede “idea di fish and chips con gelato di carpione”, “macaron di coniglio alla cacciatora” e “borlengo”, “fagottini di baccalà mantecato” e un camouflage con crema di anguilla, erbe aromatiche e pane croccante. La presentazione di sapori è molto varia e fa presa sulla tradizione, i ricordi e lo stupore.

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Cominciamo a capire quanto lo chef ami rendere “semplice” una costruzione di sapori molto complessa e ricercata. L’”insalata di mare” è un concentrato di sapori e profumi che emergono uno dopo l’altro, in modo sottile e quasi giocoso (riduzione di ostrica, nero di seppia, bottarga, polpo, caviale di salmone…) come in una suite di emozioni e ricordi.

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L’azzardo nasconde a volte sapori della tradizione, come nel caso della “sogliola alla mediterranea”, presentata alla mugnaia con un foglio di carta acqua e sale ad emulare il cartoccio e con, nascosta, una salsa mediterranea, pomodoro, capperi e olive.

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L’idea di risotto che ci propone Bottura è “Riso: verde su marrone su nero”, un risotto composto e mantecato in tre brodi: spinaci e mele marinate, funghi porcini, nero di seppia e riduzione di ostriche; un trionfo di sapori che richiamano climi, geografie e cucine diverse del nostro territorio, ma in un ensemble davvero ben riuscito.

Andiamo più lontano con i sapori di “Autumn in New York”, rapa rossa, mele marinate, patate, panna acida e brodo dashi; qui lo chef gioca portandoci nelle atmosfere dei mercati newyorkesi con la malinconica voce di Billie Holiday.

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Siamo così pronti ad un ritorno con i profumi della terra di “civet, selvaggina, lumache, erbe e ravioli”; per questo piatto abbiamo avuto la fortuna di avere la presentazione dello chef in persona. Siamo così trasportati in una uggiosa giornata d’autunno, in un campo dove a dominare sono la vegetazione secca, gli uccelli del bosco e gli animali della terra, tutti fuggiti prima che riuscissimo ad immobilizzarli in una foto! Il piatto è un fazzoletto di terra che nasconde lumache, raviolini di selvaggina e profumi aromatici; decisamente un concentrato di pianura Padana.

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Grande classico le “cinque stagionature di Parmigiano Reggiano in diverse consistenze e temperature”; il racconto di un’eccellenza italiana senza rivali. Gli unici protagonisti di questo piatto sono il Parmigiano Reggiano e lo chef con la sua capacità di rendere omaggio ad ogni stagionatura e ad ogni preparazione di questo insostituibile prodotto.

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Torniamo bambini con “la parte croccante della lasagna”, un gioco in cui possiamo avere tutta per noi la parte bruciacchiata della crosta della lasagna con un ottimo ragù di vitello battuto al coltello (cotto sottovuoto a bassa temperatura con una piccola parte di carne di maiale) e spuma di besciamella. In questa presentazione, un po’ provocatoria, troviamo l’essenza della tradizione, che non è solo ingredienti e ricette, ma anche famiglia e ricordi.

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Il “piccione camouflage” si presenta come il classico petto e coscia di piccione, dove però la coscia è ricostituita con foie gras; condito con salse di rapa rossa, agrumi e rafano e spolverato con gli stessi sapori, disidratati. La cottura del piccione è ottimale; l’acidità delle salse e la dolcezza del foie gras stemperano perfettamente il suo gusto intenso e ferroso. Un piatto magistrale.

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Giunti a questo punto, un po’ per curiosità, un po’ per sfida, chiediamo al maitre di poter assaggiare un fuori menu, i tortellini in crema di parmigiano. Non ci sono parole per descrivere la bontà artigianale di questo piatto, la sfoglia ruvida e il ripieno generoso, e a noi piace immaginare i piccoli tortellini tra le mani della signora Lidia Cristoni, la prima vera maestra di Massimo Bottura.

Arriviamo quindi al pre-dessert, “ciliegie, amarene, duroni, marasche e pane secco”, un fresco accompagnamento al finale del pasto, con base di torta Barozzi e spuma di ricotta.

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“Millefoglie di millefoglie” è il nostro primo dessert; pasta sfoglia, e millefoglie di tartufo bianco e nero, zucca, cioccolato bianco e nero. Essenza dei sapori autunnali, armonia di dolce e salato.

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Arriviamo al famoso “Oops, mi è caduta la crostata al limone”, una sablée con zabaione al limone e gelato al lemongrass con capperi, zenzero e olio essenziale al peperoncino, omaggio all’imperfezione e giocosa presa in giro delle forme pulite e perfette della pasticceria moderna.

Provocatoria la scelta dei petit fours, che anziché chiudere il pasto fungono da ulteriore stimolo e motore di una ricerca che non ha la classica conclusione nel dessert.

“Macarons al tartufo”, “croccantino di foie gras”, piccoli “camouflage una lepre nel bosco” con cioccolato, buccia di limone, sale alla vaniglia e alghe disidratate, un piccolo omaggio al noto piatto dello chef.

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Il nostro percorso si conclude così, senza una vera fine; ce ne andiamo soddisfatti, ma anche con la voglia di tornare e di scoprire nuovi mondi di una ricerca che non si ferma mai.

Un’esperienza culinaria ed estetica assolutamente irrinunciabile, che vi consigliamo di provare. Il servizio è stato preciso, discreto e molto professionale.

Vini:

  • Ca’ del Bosco, Riserva Annamaria Clementi 2007

Il conto: 350 €/ps

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DG

Il Datterino di Artusi – Baccalà mantecato

Prodotto scandinavo di origini antichissime, si narra che la diffusione in Italia del merluzzo essiccato (stoccafisso) si debba a un mercante veneziano. Nel lontano 1432, Piero Querini naufragò nella parte meridionale dell’arcipelago delle Lofoten, al largo delle coste norvegesi, oltre il circolo polare artico. Lì vide come gli abitanti locali si cibavano di merluzzi essiccati e, una volta rientrato a Venezia, fece conoscere lo stoccafisso ai suoi concittadini. Inizialmente poco considerato, il merluzzo essiccato si diffuse dopo la Controriforma e il Concilio di Trento come alimento “di magro” quasi esclusivo in tempo di Quaresima, soprattutto sulle tavole dei nobili. Lo si ritrova anche nel famoso cucinario di Bartolomeo Scappi, cuoco di papa Ghislieri (Pio V).

Il baccalà (conservato mediante salatura), pare che sia invece giunto in Italia attraverso il contatto di marinai baschi con le coste danesi e quindi introdotto nell’Europa mediterranea attraverso la Spagna. Attualmente, baccalà e stoccafisso sono molto diffusi in Italia; quest’ultimo soprattutto nel Triveneto (dove il termine baccalà identifica comunemente lo stoccafisso). L’Italia e la Croazia rappresentano i principali paesi consumatori di baccalà e stoccafisso nel mondo.

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Una delle ricette italiane più note preparata con questo prelibato ingrediente, è il baccalà mantecato, una crema di baccalà cotto nel latte e poi montato con olio di oliva e servito su crostoni di pane o polenta come antipasto; la ricetta è originaria del nord-est ma è oggi molto diffusa in tutta la penisola. Pellegrino Artusi ne descrive il gusto nobile e delicato e lo chiama “baccalà montebianco”.

La preparazione è semplice; utilizzate baccalà lasciato dissalare in acqua fredda per 3 giorni (sostituite l’acqua una volta al giorno). Regolate il sale solo alla fine della mantecatura, per evitare di eccedere. Servitelo su un crostone di polenta abbrustolito al grill.

Ingredienti (per 8-10 persone)

per la cottura

1200 g di baccalà
600 ml di latte
3 foglie di alloro
1 spicchio di aglio

per la mantecatura

300 ml di olio extravergine di oliva
1 spicchio di aglio tritato
1 ciuffo di prezzemolo tritato
sale qb

 

Procedimento

Disporre il baccalà in una casseruola con il latte, alloro e aglio e portare a bollore e cuocere per circa 20 minuti. Trascorsi i 20 minuti togliere il baccalà dalla casseruola, rimuovere la pelle e le spine presenti e lasciare raffreddare.

Trasferire il baccalà nella planetaria e rimestare velocemente con il gancio a foglia. Potete eseguire il procedimento a mando con un grosso cucchiaio di legno (mescolate in modo continuo con movimenti circolari).

Con il gancio in movimento (velocità media), aggiungere a filo tutto l’olio e lasciarlo incorporare lentamente, fino ad ottenere una crema soffice e spumosa. Aggiungele poi l’aglio e il prezzemolo. Aggiustare di sale e lasciar riposare in frigorifero per un paio d’ore.

Servire quindi a quenelle.

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Al Mercato Burger Bar, Milano

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Nella botte piccola c’è il vino buono?

Tra i molti locali di tendenza che hanno aperto negli ultimi anni a Milano, ci sono anche numerose “hamburgerie”, locali in cui l’ormai superato concetto di fast food si rinnova e si fa di tendenza con arredamenti moderni o post industriali, proposte limitate ma di livello e non necessariamente la necessità di cacciare via il cliente al termine del pasto.

Abbiamo girato qua e là, cercando un burger bar senza difetti, la carne migliore, le patatine perfette, gli abbinamenti più buoni e azzardati e il comfort dell’ambiente e del servizio. Dopo vari tentativi, siamo arrivati alla conclusione che il locale perfetto non esiste. A seconda che si preferisca un ambiente tranquillo e confortevole, la carne migliore, la patatina perfetta, la buona birra artigianale, l’hamburger più strano, più grande, con il pane migliore etc, esiste un posto specifico per ogni esigenza.

Nell’ambito di questa difficile quanto gustosa ricerca, abbiamo trovato un locale che può soddisfare qualche esigenza in più.

In una traversa di Corso Italia a Milano si trova Al mercato – Burger Bar, un piccolissimo locale che offre uno street food per cosi dire urbano. Il locale fa parte dell’omonimo gruppo Al mercato che comprende un ristorante, che condivide la cucina con il burger bar, e un noodle bar. Ci siamo stati una sera nel weekend; arrivati all’apertura, i pochi posti disponibili si sono occupati molto rapidamente; se non volete rimanere fuori ad aspettare, arrivate presto. Il locale può contenere una dozzina di persone.

Il menù propone un hamburger con ingredienti classici a cui si possono fare diverse aggiunte e variazioni, e una serie di sfizioserie e piatti da street food che possono accompagnare la cena.

Noi abbiamo provato un hamburger con cipolle caramellate e foie gras e un hamburger classico con cheddar invecchiato. Le patatine si ordinano, e si pagano, a parte; ci sono quelle classiche e le garlic fries (buone; l’aglio non è eccessivo).

Hamburger di dimensioni contenute, ottima carne, buon pane; complessivamente davvero buoni. Il foie gras era in realtà paté di foie gras, ma generosamente elargito. L’abbinamento di sapori tra la sapidità della carne, l’acidità della cipolla e la dolcezza del fegato grasso, davvero ben riuscito. L’hamburger classico con elementi ben equilibrati e buona cottura.

Meno positivo il giudizio sul locale; veramente molto piccolo, inoltre, non ben riscaldato nel periodo invernale. Se però sono le 19.30, vi trovate nei paraggi e avete voglia di un buon hamburger, vale proprio la pena fare una sosta!

Il Datterino con la Valigia – Francia – Madeleines

“… mi portai alle labbra un cucchiaino di the nel quale avevo lasciato che s’ammorbidisse un pezzetto di madeleine. Ma nello stesso istante in cui il liquido al quale erano mischiate le briciole del dolce raggiunse il mio palato, io trasalii, attratto da qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me. Una deliziosa voluttà mi aveva invaso, isolata, staccata da qualsiasi nozione della sua causa. Di colpo mi aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità, agendo nello stesso modo dell’amore, colmandomi di un’essenza preziosa.” M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto.

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La madeleine, tipico dolcetto francese a forma di conchiglia, è originario di Commercy, città della Lorena. Porta il nome della pasticciera francese Madeleine Paulmier che, al servizio del marchese Perrotin del Beaumont, si narra abbia offerto questo dolcetto nel 1755 in onore di una visita del duca di Lorena, sì proprio lui, Stanislao, suocero del re di Francia Luigi XV, lo stesso a cui pare si debba anche la ricetta del babà e della quiche lorraine.

Il fulcro della produzione artigianale delle madeleines è, dal XVIII secolo, la città di Commercy, ma famose sono anche le madeleines di Liverdun, Caen, Limoges.

Le madeleines erano in origine cotte in una valva di capasanta (coquille Saint-Jacques in francese) e si diffusero nel tempo lungo tutta la via del pellegrinaggio verso San Giacomo di Compostella (Santiago de Compostela), proprio per il loro nome; sono oggi infatti molto diffuse anche in Spagna.

Nel primo libro di “Alla ricerca del tempo perduto”, Marcel Proust dà alla madeleine il ruolo catalizzatore del recupero di memorie che sembravano svanite per sempre; recuperò che porterà allo sviluppo di tutta l’opera.

Ma se anche zia Léonie di rue Saint-Jacques non vi ha mai offerto uno di questi dolcetti ammorbidito nell’infuso di tiglio, siamo sicuri che apprezzerete le madeleines, e così i vostri ospiti di un the pomeridiano.

 

Ingredienti (per circa 40 madeleines)

200g di farina 00 (W170)
150 g di zucchero
125 g di burro
50 g di latte
3 uova
la scorza lavata e grattugiata di un limone
8 g di lievito chimico per dolci
un pizzico di sale

Procedimento

Montare i tuorli con lo zucchero fino ad ottenere un composto spumoso. Aggiungere gli albumi e montare ancora per qualche minuto. Aggiungere al composto la scorza di limone e il burro fuso. A parte, miscelare insieme la farina, il lievito e un pizzico di sale.

Sempre con le fruste in azione a minima velocità aggiungere al composto di uova la miscela di farina e lievito un cucchiaio per volta. Prima di terminare la farina aggiungere il latte. Unire quindi la farina rimanente. Sbattere con la fruste ancora per 2 minuti.

Il composto deve riposare in frigo per circa 30 minuti; questo riposo è fondamentale per ottenere il classico effetto “panciuto” delle madeleines.

Preriscaldate il forno a 240 °C. Imburrate e infarinate uno stampo per madeleines (per gli stampi in silicone potete evitare di imburrare) e, aiutandovi con un cucchiaio e un cucchiaino, riempite gli stampini con l’impasto per circa 2/3.

Infornate in forno statico a 240 °C per i primi 5 minuti e 150 °C per altri 5 minuti.

L’effetto finale dovrà essere un dolcetto soffice al centro, ambrato verso i bordi e con il caratteristico disegno a conchiglia.

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Il Datterino con la Valigia – Francia – Quiche Lorraine

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Tipica torta salata della tradizione francese, la quiche è composta da una base di pasta brisé e un ripieno legato da panna e uova. Il termine quiche deriva molto probabilmente dal tedesco Kuchen, torta, ed è un retaggio delle varie fasi storiche di dominazione tedesca della regione della Lorena; lo si ritrova per la prima volta in un registro dell’ospedale Saint-Julien di Nancy del 1605.

La quiche lorraine è sicuramente una delle più note, arricchita con pancetta affumicata e formaggio gruyère (anche se storicamente il formaggio non era presente); nota anche come quiche vosgienne. Sembra che con l’origine di questo piatto c’entri ancora una volta Stanislao, re detronizzato di Polonia e duca di Lorena, lo stesso che avrebbe inventato il babà.

Il dibattito sulla presenza o meno del gruyère non è ancora risolto, mentre il Syndicat National de Défense et de Promotion de l’Authentique Quiche Lorraine vieta categoricamente l’uso di altri ingredienti (tonno, salmone, cipolle) talora presenti in qualche versione meno fedele.

In passato si usava per l’involucro una pasta di pane lievitata, ma è oggi invalso l’uso della brisé, con la quale la quiche lorraine si è diffusa in tutto il mondo.

Servitene una fetta ancora tiepida con un’insalata verde e avrete un ottimo piatto unico oppure, per un antipasto o un aperitivo sfizioso, fatene una rettangolare, da dividere a quadrotti.

Per l’impasto potete lavorare la brisé a mano o con il gancio a foglia di una planetaria, ma dovrà essere molto rapido, il burro non si dovrà scaldare. Lasciate riposare la pasta prima di stenderla, per favorire una maggiore croccantezza in cottura ed utilizzate una farina a basso tenore proteico (W170).

 

Ingredienti (per 6 persone)

per la pasta brisé

300 g di farina “00”
150 g di burro
25ml cucchiai di acqua molto fredda
1 cucchiaino di sale

per il ripieno

3 uova
300 ml di panna
200 g di pancetta affumicata a cubetti
150 g di gruyère grattugiato grossolanamente
noce moscata
sale e pepe

Procedimento

Preparare la pasta brisé, impastando velocemente farina, burro ammorbidito a pezzetti, il sale e l’acqua. Ottenuto un panetto riporre in frigorifero per 30 minuti.

Porre quindi il panetto di pasta sul piano di lavoro, appiattirlo un po’ con le mani, quindi stendere con il matterello tra due fogli di carta forno, fino ad ottenere un disco di 5mm di spessore.

Trasferire la pasta ancora con la carta da forno su uno stampo rotondo di circa 26 cm di diametro e rimuovere lo strato superficiale della carta forno.

Pareggiare i bordi con il matterello eliminando l’eccesso di pasta e riporre in freezer per 10-15 min. Intanto preparare la farcia e preriscaldare il forno a 180°C.

Con una frusta miscelare insieme le uova, la panna, un pizzico di sale, noce moscata e pepe nero.

Estrarre lo stampo con la pasta dal freezer. Bucherellare il fondo con i rebbi di una forchetta. Distribuire la pancetta sul fondo della quiche, poi il formaggio e infine il composto di uova e panna.

Cuocere in forno statico per 50-55 minuti.

Il Datterino in Franciacorta

Se c’è un luogo in Italia simbolo della passione per il territorio, dell’impegno per la qualità e l’eccellenza e della capacità di rinnovamento e innovazione nel rispetto della tradizione e della storia, è sicuramente la Franciacorta.

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Un piccolo lembo di terra in provincia di Brescia che lambisce le rive del lago d’Iseo e che negli ultimi quarant’anni è diventato sinonimo di produzione vitivinicola di altissima qualità, la Franciacorta deve probabilmente il suo nome alle Curtes Francae, le corti altomedioevali che grazie alla presenza del potere monastico godevano di esenzioni dal pagamento dei tributi (per questo dette appunto corti franche). Il territorio era noto per produzioni vinicole di scarso volume e frammentate nell’area, a mercato per lo più locale, già da molti anni, ma lo sviluppo e l’enorme impulso al raggiungimento dell’eccellenza produttiva si ebbe solo negli anni ’70, con l’introduzione del metodo classico e la produzione di vini spumanti. L’Unione Europea consente attualmente l’uso dell’indicazione Franciacorta per identificare solo i vini spumanti prodotti con il rigido disciplinare DOCG che prevede l’uso di cuvée di Chardonnay, Pinot Nero e Pinot Bianco (questo in misura non superiore al 50% del volume) e la presa di spuma con metodo classico mediante rifermentazione in bottiglia.

La storia di questo miracolo italiano è dominata da alcune personalità illustri e visionarie che, nell’epoca in cui lo Champagne rappresentava una realtà unica ed irrinunciabile nel panorama vinicolo mondiale, hanno saputo interpretare le potenzialità del territorio trasformando radicalmente il concetto di vino spumante italiano e la sua presenza sui mercati internazionali.

Uno di questi visionari è sicuramente colui che ha fondato la cantina Ca’ del Bosco, Maurizio Zanella, che ancora giovanissimo, all’inizio degli anni ’70, grazie al suo interesse per la vinificazione, trasformò una proprietà acquisita dalla madre Annamaria Clementi, in uno dei riferimenti storici di Franciacorta. La prima vendemmia è del 1976; vengono prodotti i tre spumanti Pinot Brut, Pinot Dosage Zéro e Pinot Rosé. Nel 1979 arriva il contributo di André Dubois, già chef de cave di una prestigiosa maison de Champagne e nascono i millesimati e i riserva, che rappresentano la gamma d’élite Ca’ del Bosco.


Il metodo classico

Il tradizionale metodo per la spumantizzazione, nato in Francia e perfezionato nel XVII e XVIII secolo con la produzione dello Champagne e per questo noto come méthode champenoise, è noto in Italia come metodo classico, in contrapposizione al metodo Charmat nel quale la spumantizzazione avviene per pressurizzazione indotta.

Il metodo prevede una vinificazione delle uve tramite lavatura, pressatura e fermentazione; alcuni mesi dopo, generalmente in primavera, viene preparata la cuvée che rappresenta l’assemblaggio dei vini in proporzioni ed annate differenti a seconda del tipo di risultato che si vuole ottenere. La cuvée si definisce millesimata quando almeno l’85% del volume appartiene ad uve della stessa annata. La cuvée viene quindi imbottigliata con l’aggiunta di una piccola parte di una miscela formata da lieviti selezionati e sciroppo di zucchero (il cosiddetto liqueur de tirage), che indurrà la successiva rifermentazione in bottiglia, responsabile dell’aumento dell’anidride carbonica e della formazione della spuma. Le bottiglie vengono quindi tappate con appositi tappi in plastica; quando il lievito avrà esaurito le sostanze nutritive, dopo circa due mesi, comincerà a morire e a depositarsi sul fondo; la pressione in bottiglia sarà circa sei volte quella atmosferica. Il vino completerà il suo affinamento sui lieviti in un periodo minimo di mesi deciso dal disciplinare di produzione e più lungo per i vini di pregio. In questo periodo aumenterà la complessità aromatica del vino, grazie alla presenza dei lieviti in bottiglia. Per avere un’idea, i vini Ca’ del Bosco sono affinati in bottiglia da un periodo minimo di 28 mesi (Cuvée Prestige) a un massimo di 7 anni (Franciacorta Riserva Annamaria Clementi).

La fase successiva, il cosiddetto remuage, consente la movimentazione di tutto il residuo di lievito verso il collo della bottiglia; le bottiglie vengono movimentate a mano o a macchina ruotandole su di un apposito sostegno, fino a portarle in posizione completamente verticale, a collo in giù. A questo punto avviene il dégorgement, o sboccatura, che oggigiorno viene eseguita raffreddando il collo della bottiglia fino a solidificare il piccolo volume di vino contenente il residuo ed estraendo poi il tappo. La pressione nella bottiglia permetterà l’espulsione del residuo e causerà la perdita di un piccolo volume di vino; questo viene normalmente sostituito con un piccolo volume di liqueur d’expédition, una miscela rappresentativa di ogni azienda, costituita da vino e zucchero. La quantità di zucchero presente nella liqueur determinerà la diversificazione del vino in diversi dosage. Avremo così dosage zéro (anche detto pas dosé, zucchero <3g/L), extra-brut (zucchero <6g/L), brut (<12g/L), extra-sec (<17g/L), sec (<32g/L), demi-sec (<50g/L), doux (>50g/L).

La bottiglia viene quindi definitivamente tappata con il classico tappo in sughero, etichettata ed inviata alla commercializzazione.


 

Abbiamo visitato la cantina in un pomeriggio d’inverno. Entriamo attraverso il “Cancello Solare”, opera di Arnaldo Pomodoro che ci conduce tra le colline coltivate a vite. L’area esterna è abitata da opere d’arte che sembrano vegliare sul territorio e che sono l’elaborazione di un senso estetico che appare come un monito e un obiettivo; dicono “qui tutto è arte, nella terra, nell’opera di trasformazione dei prodotti, nella bottiglia”.

L’atmosfera è davvero magica. Si percepisce all’istante che in quel luogo qualcosa di importante è accaduto, che la storia è stata fatta.

Iniziamo la visita da un plastico che riproduce su scala il territorio della Franciacorta, in particolare modo dove vengono coltivati i vari vitigni di Ca’ del Bosco e la storia del territorio.

Proseguiamo addentrandoci nel cuore dello stabilimento, dove il “metodo Ca’ del Bosco”, prende vita.

La storia di un flute di Franciacorta inizia con la vendemmia, intorno a metà agosto; la raccolta dei grappoli viene fatta rigorosamente a mano, onde evitare danneggiamenti di questa meravigliosa materia prima e in modo da permettere una prima selezione dei grappoli. E’ previsto anche un peso massimo che le ceste di raccolta possono raggiungere, 16 kg, al fine di evitare schiacciamenti. Dopodichè si procede con un raffreddamento in cella per evitare l’ossidazione e la fermentazione.

Il metodo Ca’ del Bosco prevede poi un importante passaggio, in uso a partire dalla vendemmia 2008, prima solo per i millesimati ed ora esteso a tutta la produzione ovvero il lavaggio dei grappoli all’interno di tre diverse vasche di ammollo. Infatti, le impurità presenti sull’uva e i gli agenti inquinanti possono generare dei problemi già nelle prime fasi della vinificazione. Prima del lavaggio viene eseguita una cernita, oltre a quella già fatta in sede di vendemmia, al fine di eliminare il prodotto che non deve proseguire la produzione. A questo punto inizia il lavaggio delle uve. Un percorso di tre vasche di ammollo, che prevede il movimento e il galleggiamento dei grappoli per borbottaggio d’aria e, infine, l’asciugatura. Lo definiscono l’idromassaggio dell’uva.

Questa parte dello stabilimento non è accessibile durante la visita.

Dopo il lavaggio si prosegue con la pressatura dei mosti. La Ca’ del Bosco divide i mosti in tre qualità: la prima spremitura verrà usata per comporre le cuvée più prestigiose (millesimati e riserva), la seconda utilizzata solo in parte per i non millesimati e la terza viene scartata o ceduta a terzi.  La vinificazione dei mosti di prima qualità è fatta per singola vigna.

Dopo la pressatura le cuveè vengono trasferite all’interno di enormi silos. Anche qui ci stupisce la cura del dettaglio e la grande passione che caratterizza quest’azienda, si percepisce continuamente la sensazione del sogno che diventa realtà; il grande rispetto per la materia prima, la voglia di dire al consumatore finale: abbiamo curato questo prodotto nei minimi dettagli, in ogni passaggio. Infatti, la stessa  movimentazione di mosti e vini non è lasciata al caso. Il metodo Ca’ del Bosco non prevede l’impiego di pompe al fine di non causare la rottura della tessitura del vino. E’ previsto l’utilizzo di un sistema basato su dislivelli e flussi per gravità. Ci hanno mostrato brevemente come un sistema di “ascensori del mosto” movimenta il vino ai diversi livelli dello stabilimento.

La visita prosegue nella parte più tradizionale dell’azienda, la barricaia. Le cuvée di millesimati e riserva (Cuvée Annamaria Clementi) vinificano in barrique. I profumi e le sensazioni che si percepiscono nella barricaia pervadono tutti i sensi, la tecnologia che si fonde con l’artigianato, il passato che si integra con il presente, e la percezione che la storia è stata fatta provando orgoglio per queste realtà che in fondo sono anche un po’ nostre.

La visita prosegue entrando in una grande sala dove ci viene spiegato il metodo di affinamento in bottiglie e il remuage, operazione che viene ancora effettuata a mano per i formati più grandi e per alcuni riserva.

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Dopo che i lieviti si sono depositati sul collo della bottiglia si deve passare alla fase del dégorgement ovvero della sbaccatura per far fuori uscire i lieviti ormai morti. In questa fase il vino subisce uno shock ossidativo, a causa dell’ossigeno che si introduce nel collo della bottiglia. Questo può comportare un deperimento del prodotto. La soluzione più usata, in questi casi, è aggiungere dosi importanti di anidride solforosa e antiossidanti. La Ca’ del Bosco si differenzia anche in questo. Nel 2005 è stata brevettata, dall’enologo di Ca’del Bosco Stefano Capelli e dal progettista Piero Bielli una speciale macchina tappatrice che consente l’eliminazione di ossigeno prima della tappatura. In questo modo viene effettuato il dégorgement in assenza di ossigeno, potendo ridurre la presenza di solfiti.

La riduzione dei solfiti è un tema molto sentito in Ca’ del Bosco, tanto che a partire dal 2012 su ogni etichetta viene indicato l’esatto quantitativo di solfiti. La legge, infatti, impone di indicare solo la presenza o meno degli stessi. I solfiti contenuti nell cuveè sono meno di un quarto rispetto alle soglie previste dalla legge. Questo avviene grazie all’enorme impegno nei vari passaggi della produzione, dalla pressatura all’ibbotigliamento; garantendo un prodotto più sano, buono e che non nuoce al consumatore finale.

Prima di concludere la visita, ci viene mostrata la sala dell’etichettatura delle bottoglie, che prevedono l’abbinamento di un codice con un laser in modo da garantire la tracciabilità dei lotti e prevenire eventuali contraffazioni.

Concludiamo la visita con la degustazione in una saletta molto accogliente. Noi abbiamo scelto il percorso riserva, pertanto, abbiamo degustato un Franciacorta Riserva Annamaria Clementi 2006 (extra-brut).

Dopo aver toccato con mano il metodo Ca’ del Bosco, abbiamo percepito in quella degustazione una vera e propria energia positiva, una storia e la voglia di affermare un grande prodotto di eccellenza tutto nostrano.

Il grande risultato ottenuto da questo piccolo territorio negli ultimi quarant’anni, ha portato l’Italia a livelli di eccellenza anche nella produzione di vini spumanti; una bottiglia di Franciacorta Riserva o un buon millesimato sono la scelta di chi ama la qualità, l’eccellenza e l’impegno tutto italiano.

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