Al Mercato Burger Bar, Milano

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Nella botte piccola c’è il vino buono?

Tra i molti locali di tendenza che hanno aperto negli ultimi anni a Milano, ci sono anche numerose “hamburgerie”, locali in cui l’ormai superato concetto di fast food si rinnova e si fa di tendenza con arredamenti moderni o post industriali, proposte limitate ma di livello e non necessariamente la necessità di cacciare via il cliente al termine del pasto.

Abbiamo girato qua e là, cercando un burger bar senza difetti, la carne migliore, le patatine perfette, gli abbinamenti più buoni e azzardati e il comfort dell’ambiente e del servizio. Dopo vari tentativi, siamo arrivati alla conclusione che il locale perfetto non esiste. A seconda che si preferisca un ambiente tranquillo e confortevole, la carne migliore, la patatina perfetta, la buona birra artigianale, l’hamburger più strano, più grande, con il pane migliore etc, esiste un posto specifico per ogni esigenza.

Nell’ambito di questa difficile quanto gustosa ricerca, abbiamo trovato un locale che può soddisfare qualche esigenza in più.

In una traversa di Corso Italia a Milano si trova Al mercato – Burger Bar, un piccolissimo locale che offre uno street food per cosi dire urbano. Il locale fa parte dell’omonimo gruppo Al mercato che comprende un ristorante, che condivide la cucina con il burger bar, e un noodle bar. Ci siamo stati una sera nel weekend; arrivati all’apertura, i pochi posti disponibili si sono occupati molto rapidamente; se non volete rimanere fuori ad aspettare, arrivate presto. Il locale può contenere una dozzina di persone.

Il menù propone un hamburger con ingredienti classici a cui si possono fare diverse aggiunte e variazioni, e una serie di sfizioserie e piatti da street food che possono accompagnare la cena.

Noi abbiamo provato un hamburger con cipolle caramellate e foie gras e un hamburger classico con cheddar invecchiato. Le patatine si ordinano, e si pagano, a parte; ci sono quelle classiche e le garlic fries (buone; l’aglio non è eccessivo).

Hamburger di dimensioni contenute, ottima carne, buon pane; complessivamente davvero buoni. Il foie gras era in realtà paté di foie gras, ma generosamente elargito. L’abbinamento di sapori tra la sapidità della carne, l’acidità della cipolla e la dolcezza del fegato grasso, davvero ben riuscito. L’hamburger classico con elementi ben equilibrati e buona cottura.

Meno positivo il giudizio sul locale; veramente molto piccolo, inoltre, non ben riscaldato nel periodo invernale. Se però sono le 19.30, vi trovate nei paraggi e avete voglia di un buon hamburger, vale proprio la pena fare una sosta!

Daniel, Milano

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Che cos’è la cucina italiana contemporanea?

Lo abbiamo chiesto, attraverso i suoi piatti, a Daniel Canzian, chef di rinomata genìa (giovane allievo di Gualtiero Marchesi e fino a qualche anno fa executive chef del Marchesino alla Scala).

Il suo ristorante Daniel, alle porte della vivace zona di Brera, a Milano è un luogo tranquillo ed elegante che colpisce subito per l’atmosfera sobria da “vernissage” e per la cucina a vista che accoglie i clienti all’arrivo.

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Vedere la brigata di cucina all’opera dà sicuramente un senso di ospitalità molto accentuato, e a nostro avviso anche una schietta trasparenza nei confronti degli ospiti.

Si può scegliere tra il menu à la carte e due menù degustazione. Scegliamo il menù degustazione “Qui, la cucina si reinventa ogni giorno”. Piatti dai nomi evocativi e un po’ provocatori. “Da Venezia a Shanghai” è il gioco d’entrée: bastoncini di pasta aromatizzata al nero di seppia, paprika, zafferano e prezzemolo, ripieni di baccalà mantecato; tradizione e innovazione con gusto deciso. Sublime anche la selezione di pane e prodotti da forno.

Proseguiamo con “petali di pesce San Pietro marinato all’olio dolce di mandorle, finocchi e arance”; piatto molto fresco, delicato ed equilibrato nei sapori.

Ci viene ora servito il famoso: “divisionismo in cucina… un risotto exponenziale”, risotto alla parmigiana con spolverata di paprika affumicata, curry e the nero. Un piatto di carattere con un abbinamento dai contrasti ben riusciti. Molto bella l’idea di riprendere sulla base del piatto i colori delle spezie, con un disegno che ripete la composizione del piatto.

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Proseguiamo con “zucca ai trucioli di castagna, aromi mediorientali” con zaatar e salsa tahina, nel quale avremmo preferito un po’ più di acidità, magari nella tahina.

Arriviamo ai secondi: “bignè di pesce sciabola, tartufo nero e salsa al vino bianco” e “piccione alle arachidi, mais, verza e patate soffiate”. Ottimo il bignè di pesce, delicato e intrigante nei profumi e nel gusto con la progressiva scoperta del tartufo e la perfetta nota acida della salsa al vino bianco.

Sul piccione esprimiamo qualche perplessità; l’abbinamento della carne di piccione con le arachidi esalta molto il gusto netto e ferroso di entrambi, rendendolo un piatto dal gusto eccessivamente incisivo, con note amare; a nostro gusto il piccione richiede un accompagnamento grasso delicato e un contrasto acido e fresco, non un appesantimento oleoso e amarognolo.

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Prima di condurci verso il fine pasto ci viene offerta una selezione di formaggi con composte e marmellate; “la buca l’è minga straca…”! La transizione al dessert arriva con lo “sgroppino all’aji charapita, salvia ed erbe fini”; premesso che a noi del Datterino il gusto piccante non ha mai creato disagio, in questa versione sorbetto la commistione tra peperoncino e salvia risultava quasi violenta.

Concludiamo con la “sfera di cioccolato omaggio ad Arnaldo Pomodoro”; impatto visivo molto bello e curato. Gusto pieno, rotondo; coulis al frutto della passione un po’ sovrabbondante.

Pregevole la piccola pasticceria offerta con il caffè.

Complessivamente abbiamo apprezzato molto l’ambiente e l’atmosfera del locale, discreto il servizio, a tratti impacciato. Il percorso del menu un po’ accidentato con tante suggestioni, in alcuni casi un po’ forzate. I piatti migliori assaggiati “da Venezia a Shanghai” e il “bignè di pesce sciabola”. Un’esperienza comunque consigliata.

Vini: Ca’ del Bosco, Vintage Collection Brut 2012

Il conto: 115 €/ps

La Cantina di Manuela, Milano

Il rimedio perfetto ad una stressante giornata di lavoro è sicuramente gustare del buon cibo con gli amici.

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La voglia di evadere dalla routine settimanale ci ha portati alla “Cantina di Manuela”, in Via Poerio a Milano, un’enoteca-bistrot dal carattere urbano ma molto intimo. Salta subito all’occhio l’importante offerta di vini che, posizionati sulla quasi totalità delle pareti del locale, fanno da cornice ad un’atmosfera davvero piacevole.

Il menù propone piatti con ingredienti della tradizione povera ma rielaborati in versioni più ricercate che animano un’atmosfera ispirata all’amicizia e alla scoperta del buon vino.

Iniziamo con gli antipasti; il “tortino di verdure e cuore caldo di formaggio erborinato e bocconcini di salamella” e “tartare di fassona piemontese battuta al coltello”. Il tortino, piatto dai profumi e sapori vivaci ma comunque ben equilibrati; la tartare più delicata, battuta alla perfezione e condita a puntino.

Come portata principale scegliamo gli “agnolotti di carne fatti in casa conditi con il sughetto del ripieno e con grattugiata di parmigiano” e il “petto e coscia di fagiano farciti con contorno di verze e castagne”. Gustoso il ripieno degli agnolotti e ben lavorata la pasta; poco generoso il condimento che l’avrebbe reso un piatto perfetto.

Interessante il petto e la coscia di fagiano farciti, carni cotte alla perfezione; l’accompagnamento con la verza e le castagne aiutano il piatto a completare il gusto e a dargli un vero e proprio tocco di casa.

Concludiamo con una “mousse ai tre cioccolati” e “millefoglie croccante crema chantilly e frutti di bosco”. Proposte classiche ma in linea con le attese; sopra la media per tipologia di locale.

Consigliato per una cena in settimana tra amici.

Vini: Valtellina Superiore, “Inferno”, Casa Vinicola Fay.

Il conto: 47€/ps

Fourghetti, Bologna

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È forse il senso ultimo della maturità quello di un consapevole e gioioso ritorno alle radici, alla tradizione, a ciò che ci è caro e che possiamo chiamare “casa”. Ci è parso questo il motore dell’esperienza culinaria del Fourghetti di Bruno Barbieri, a Bologna, che esprime un concreto amore per la cucina emiliana, ma con una forte contaminazione internazionale, in un ambiente smart e dinamico che, varcata la soglia, ci fa pensare ad un locale londinese.

Le proposte del menu ci parlano di ingredienti dal forte protagonismo e di preparazioni semplici che li esaltano sulla tavola.

Siamo entrati nell’atmosfera del pasto con un “cubetto di lingua, galletto e carciofo”, entrée delicata ma verace.

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Sono forse gli antipasti a condurci più lontano, raccontando una storia di viaggi e contaminazioni; tra questi abbiamo scelto l’”hamburger di foie gras con cipolla caramellata, sapore di mosto cotto, bieta e maionese alla senape” e la “fonduta di fontina d’alpeggio e pepe bianco con spinacino ripassato e bocconcini di lingua di vitello brasata”.

Dolce e delicato il foie gras, quasi una coccola di risveglio che poteva pur giovarsi, a nostro gusto, di una nota di senape più intensa.

Sorprendente la fonduta, un tutt’uno che invade i sensi con la gentile croccantezza dei cubetti di lingua di vitello ripassata; lacrime di tuorlo d’uovo ad ingentilire il formaggio.

Torniamo alla tradizione con due primi tipici del cucinario emiliano: i “tortellini ripassati in crema di parmigiano reggiano e profumo di noce moscata” e le “pappardelle con intingolo di lepre, salvia e ginepro e crema di taleggio”.

Ben eseguiti i tortellini, fedeli al gusto locale e con un parmigiano di presenza ma non sovrastante; unico appunto, anche in considerazione del prezzo del piatto, la presenza indiscreta di alcuni tortellini aperti. Cottura perfetta delle pappardelle ed intingolo di lepre veramente gustoso, delicatamente speziato, con un fine profumo di ginepro.

Tra le proposte dello chef per i secondi scegliamo “barbecue di manzo con ananas caramellato e salsa bernese allo scalogno” e “piccione al forno con fegato ingrassato al pepe nero, estratto di mostarda, verdure ripassate”. Ottime la qualità e la cottura delle carni; delizioso l’abbinamento del manzo con l’ananas caramellato e la salsa bernese, con un buon equilibrio di sapori tra il dolce e il sapido.

Più classica l’associazione del piccione (carni magre e sode con pelle croccante) e foie gras (gusto più dolce e grasso, consistenza morbida).

Concludiamo con l’ormai celebre “coppa Machiavelli” (crema pasticcera, gelato al mascarpone, frutti di bosco e riduzione di lambrusco speziato) e “bignè fritti e caramellati al profumo di mandarino in salsa inglese e arancia candita”. Così come avevamo iniziato, concludiamo il pasto nello stesso modo sincero e schietto.

Un’esperienza da bistrot di alto livello, con la sapiente maestria che si intuisce in piatti che fanno onore alle ottime materie prime; un’esperienza sicuramente da rivivere.

Vini: Palazzona di Maggio, “Dracone” Colli d’Imola Rosso.

Il conto: 100 €/ps

Contraste, Milano

Un piccolo cancello in ferro battuto vicino all’Auditorium di Milano; questa la porta del mondo di Contraste, visionaria impresa culinaria dello chef uruguaiano Matias Perdomo. Il ristorante è immerso in una dimensione tranquilla, una vecchia casa di città milanese, che si raggiunge attraverso un cortile ed un ingresso che impongono al cliente di lasciar fuori ogni frenesia.

All’ingresso, l’opera Silenzio di Matteo Pugliese emerge dalla parete come un monito al lasciarsi trasportare e coccolare e un piccolo “buco della serratura” permette di spiare in anteprima il lavoro dello chef.

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La sala è, in sé, un’opera di contrasto; una specie di tana del coniglio di Alice nel Paese delle Meraviglie, dove si ha l’impressione di essere in un posto già visto, ma completamente nuovo.

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La proposta del menu risponde alla volontà dello chef di evitare i percorsi predefiniti e di interagire con i gusti dei commensali, costruendo un’esperienza culinaria personalizzata. Il menù si rivela uno specchio, che vuole essere il segno dell’accoglienza e dell’ascolto; attraverso alcune domande e richieste, il personale di sala vi condurrà alla scoperta del vostro menu.

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Per i più restii e tradizionalisti, esiste comunque un menù degustazione con cui ovviare ad ogni sorpresa.

Noi del Datterino abbiamo optato per il menu riflesso (10 portate).

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Il pasto si apre con uno scrigno e l’apertura di un lucchetto segna l’entrata vera e propria in una nuova dimensione culinaria. Dentro, tre amuse bouche finger-food: zucca e torroncino, sarda in saor e melone e Campari. Una suggestione e un messaggio dallo chef: l’innovazione, la tradizione, il territorio racchiusi in un’esperienza estetica, un mondo di cui ci è stata fornita una chiave.

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Dopo i primi passi in questa dimensione, incontriamo la “murrina di ricciola con leche de tigre” un delicato carpaccio arricchito dal sapore esotico ed energizzante della salsa sudamericana a base di sedano, zenzero e aglio, servita su un piatto morbido che richiama le forme dinamiche del vetro di Murano.

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Proseguiamo con la “rosetta di mortadella di triglia”, una piccola rosetta di pasta choux farcita con un salume di triglia affumicata e salsa al rafano; un trompe l’oeil che sembra onorare e nobilitare la tradizione povera della rosetta con la mortadella, ma con la delicatezza di un gusto e di una consistenza nuovi.

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Ancora una volta lo chef ci prende per mano e inganna gli occhi con i “noodles di capasanta, siero di parmigiano e dashi”. I noodles sono ottenuti frullando noci di capesante e colando il composto in olio caldo; il piatto è servito con dashi, siero di parmigiano, sesamo nero e limone salato. Una costruzione di sapori molto bilanciata e ben riuscita.

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Il nostro menu prosegue con “cozze cacio e pepe e salicornia”; proposte in un piatto-guscio nero la cui apertura spetta al cliente, quasi ad emulare l’apertura delle valve. Interessanti le note saline della granita di salicornia a bilanciare il gusto rotondo del formaggio.

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Lo chef ci propone poi “morone con salsa di bagna cauda, puntarelle croccanti e nocciole sabbiate”; con questo ensemble punta dritto al cuore e alla cucina della memoria ed è difficile dare un giudizio a qualcosa che ci riporta così indietro nel tempo. Il pesce è deliziosamente arricchito nella sua sapidità dalla salsa di bagna cauda e le puntarelle e il croccante delle nocciole sono il motore di un vero e proprio viaggio nel tempo.

Ecco quindi arrivare due classici dello chef, “gnocchi patate alla brace, mandorla e caviale” e “pasta alle vongole”; gusti decisi racchiusi in un piccolo raviolo che richiama a sapori noti in modo inusuale.

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Sorprendente poi il “donut alla bolognese”, una ciambellina di pasta che ha tutto l’aspetto di un donut glassato e racchiude invece una lasagna alla bolognese destrutturata, con tanto di ragù e besciamella. A questo punto è chiarissima la passione di Perdomo per la cucina regionale italiana, cui continua a rendere omaggio pur con una spinta innovativa fuori dal comune.

Un maialino-salvadanaio è la metafora di “ricchezza e povertà”: monete-gelatine di maiale che si sciolgono al contatto con una riduzione di cassoeula, ovvero la ricchezza materiale che viene meno di fronte alla ricchezza della cultura e delle tradizioni.

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Si continua con il “maialino e mostarda di zucca”, un cubetto di maialino glassato e gelatina di mostarda di zucca che ci conduce verso il fine pasto con un progressivo ritorno al mondo reale.

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Arriviamo a destinazione con il “manzo della Galizia con cacao e agrumi”; carne eccelsa e cottura perfetta.

Saremmo quindi al punto di dover salutare il Cappellaio Matto, che ci riserva però qualche dolce sorpresa: una “tarte tatin destrutturata” o forse ristrutturata, dal piatto all’ingrediente e “Pulp Fiction”: iceberg di cocco, proiettili di cioccolato e sangue di barbabietola.

Questa conclusione ci ricorda che qualcosa è successo, non è stato tutto un sogno e anche noi vi abbiamo preso parte.

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Ci risvegliamo sotto l’albero con un libro in mano e il profumo di una “torta delle rose e gelato alla vaniglia”; divina. Ma questo è il profumo di casa…

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DG

Vini:

  • Ca’ del Bosco Cuvee Annamaria Clementi, 2006, Franciacorta DOCG;
  • Ramos Pinto Late Bottled Vintage Port

Il conto: 240 €/ps

La Pizzeria Nazionale, Milano

Per un sabato sera, meglio poolish o biga?

Se avete dei dubbi, potete fare un salto alla Pizzeria Nazionale, a Milano. Il locale si trova in via Palermo, zona Brera, recentemente riaperto dopo un restyling accurato. In un ambiente molto grazioso, che ricorda un giardino estivo, è possibile gustare un’ottima pizza slow, accompagnata da pregevoli birre artigianali di produzione nazionale.

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Il menu propone una piccola selezione di antipasti e contorni tipici dello street food italiano (polpettine di baccalà, mozzarella in carrozza, parmigiana, bruschette), ma a farla da padrone è la pizza, che viene proposta in due varianti, con impasto soffice o croccante.

L’impasto soffice è prodotto con lievitazione indiretta grazie ad una miscela lievitante solida, la biga, che consente una lunga lievitazione dell’impasto (almeno 12 ore) utilizzando minime quantità di lievito. L’impasto croccante è invece costituito da un prefermento lievitante fluido, il poolish, che viene poi aggiunto alla miscela di farina di grano tenero e farina di riso e fatto lievitare per circa 12 ore.

Le pizze vengono poi cotte in forni elettrici in pietra che producono una cottura del tutto simile a quella del forno a legna tradizionale.

 

A seconda dei gusti si può scegliere tra pizze più tradizionali (margherita, marinara, napoletana, capricciosa) o più ricercate (parma e crema di bufala, burrata e tartufo, salsiccia e patate viola); noi abbiamo provato la diavola ‘nduja con impasto soffice e la parma e crema di bufala con impasto croccante. La pizza soffice è una tipica pizza napoletana con cornicione spesso e morbido; con la ‘nduja e basilico il connubio risulta equilibrato e molto gustoso.

La pizza croccante con crudo e crema di bufala ha un gusto più delicato, che avrebbe forse potuto giovarsi di un condimento più generoso.

Nota positiva è sicuramente il prezzo, che per le pizze varia dai 5 ai 12 euro, senza rinunciare alla qualità dei prodotti e senza doversi sottoporre ad un trattamento da fast food.

Consigliato per una cena informale o in coppia.

Vini: nessun vino, una birra chiara e una MoleCola.

Il conto: 35 € (2 persone)

Enoclub, Alba (CN)

Tra Asti e Cuneo, in un paesaggio ricco di vigneti, noccioli e betulle, nel suo più tipico apparire autunnale fatto di colline immerse nella nebbia, si trova uno dei terroir più fecondi d’Italia, la regione delle Langhe. Se i signori di questo piccolo regno del gusto sono i tanti vini, le nocciole ed i tipici formaggi e salumi, il tartufo bianco ne è certamente il principe.

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La raccolta di questo magnifico prodotto spontaneo della terra avviene principalmente tra ottobre e novembre ed in questi mesi la città di Alba si trasforma in un vero e proprio mercato internazionale del tartufo.

La passeggiata che conduce attraverso le vie del centro, gremite di avventori e turisti provenienti da molte parti del mondo, da piazza Duomo e attraverso via Vittorio Emanuele, conduce in piazza Michele Ferrero (ex piazza Savona), ove si trova il ristorante Enoclub.

Il locale consta di una moderna sala contemporanea (il Caffè Umberto Bistrot) che si apre sui portici della piazza e, al piano interrato, di una pittoresca sala frutto del recupero di una vecchia cantina, l’Enoclub Ristorante. L’ambiente è curato ed elegante, suggestivo per la qualità del recupero architettonico, dell’arredo e dell’illuminazione.

Il menu, ristretto e molto ricercato, propone ingredienti tipici del Piemonte, ma con un piglio innovativo e deciso; nel periodo della fiera del tartufo propone anche una selezione di piatti che sono tradizionalmente associati a questo magnifico ingrediente. Il nostro pranzo inizia con un’amuse bouche di “cialda croccante e polpo su crema di topinambur”, dal gusto pregevolmente delicato e con un primo forte richiamo al territorio.

Ci lasciamo quindi tentare dai piatti al tartufo con “uovo bio poché con fonduta e tartufo bianco” e “tajarin 30 tuorli al burro d’alpeggio con tartufo bianco”, abbinamenti tipici che esaltano l’intenso profumo e il gusto delicato; ottima la fonduta al castelmagno.

Proseguiamo con “spalla di manzo brasata, porcini e spinaci”, “guancia di maiale, purè di sedano rapa e castagne e funghi pioppini” e la “lingua di bue croccante, salsa rossa e bagnèt verde, senape e salsa cren”. Le carni proposte, a tipica cottura lunga, risultavano morbide e saporite. Particolarmente pregevole la lingua di bue con riduzione al vino rosso con le tipiche salse al prezzemolo (bagnèt verde) e rafano (cren).

Una piccola selezione di dessert, prevalentemente al cucchiaio. Abbiamo provato il “cremoso cioccolato fondente, cachi, meringa e crumble di castagne”, la “torta di nocciola, zabaione al marsala, gelato alla nocciola” e “cremoso cioccolato bianco bruciato, noci, pan brioche al finocchietto, gelato ai fichi”. Consigliamo particolarmente la torta di nocciola, profumato e delicato fine pasto, ottimamente accompagnato con un vino liquoroso.

Il servizio è stato discreto, puntuale e molto efficiente, la mise en place minimale ed elegante.

Il posto è altamente consigliato, in particolare per un pranzo o una cena di coppia o un’occasione più formale.

Vini: Merlot, “Bellotti, Semplicemente Vino Rosa”

Il conto: 270 € (3 persone)

GAM Bistrot Coreano, Milano

bulgoghi bibimbap

Se pensiamo alle differenze tra cucine europee, come quella francese, italiana, tedesca, pur in un continente piccolo e che da sempre ha avuto notevoli scambi culturali al suo interno, non ci si può meravigliare delle grandi differenze che esistono tra le molte cucine asiatiche.

Sempre più popolari nelle grandi città, i ristoranti asiatici o fusion sono dei luoghi dove si possono trovare concentrati i profumi e i sapori dell’oriente in una versione “all’occidentale” che quasi mai urta la sensibilità del nostro gusto. Alcune tradizioni culinarie del grande continente sono rimaste generalmente un po’ al di fuori di queste proposte eclettiche, ma da qualche tempo stanno emergendo e sono apprezzate anche da noi.

La cucina coreana, ad un primo impatto molto asiatica, si rivela nella sua essenza molto mediterranea; l’uso del pomodoro e del peperoncino, della carne di manzo e maiale sempre associata ad elementi vegetali, la cottura al barbecue, la conservazione di verdure fermentate etc. avvicinano molto la cucina italiana a quella del paese del calmo mattino.

Non è la prima volta che siamo venuti a contatto con i sapori di Corea; tra le varie proposte quella di “GAM Bistrot Coreano” ci è sembrata di buon livello. Il locale, recentemente ristrutturato con un concept minimale e moderno da bistrot urbano, si trova nella zona molto vivace di Corso Como a Milano.

Il menu propone piatti tradizionali come il bibimbap (un piatto unico di riso verdure e carne), il kimbap (un rotolo di alga con carne e verdure), il kimchi (il tipico cavolo fermentato piccante) e il galbi (carne marinata alla griglia).

Il pasto coreano non prevede una netta separazione tra primi e secondi piatti; si tratta sempre di piatti unici più o meno elaborati, tra i quali abbiamo scelto il “kimchi jeon”, una frittatina di kimchi, uova e cipollotti bianchi e “bulgoghi kimbap”, rotolo di alga con riso, manzo marinato e verdure.

Abbiamo provato anche il kimchi di cavolo al naturale, uguale a quello che si può trovare in ogni ristorante di Seul. I piatti erano ben eseguiti, piuttosto fedeli alla tradizione; i sapori dell’olio di sesamo, salsa di soia e del piccante risultavano ben equilibrati ma sempre ben distinti.

Proseguiamo con il “bulgoghi bibimbap” con manzo marinato, verdure, riso, gochujang (salsa piccante di soia fermentata, polvere di riso e peperoncino) e salsa di soia. Il piatto è un paradigma di una cucina che ama molto contaminare e raggruppare sapori diversi; va mangiato rigorosamente con il cucchiaio, la cui presenza sul tavolo non rappresenta una gentile concessione alla tradizione occidentale, e va mescolato energicamente. Le bacchette coreane (che sono quasi sempre in metallo, a differenza di quelle cinesi), non vengono praticamente mai usate per il riso.

Tra le bevande proposte ve ne sono due tipicamente coreane, il soju, un distillato di riso e orzo e il makkoli, una bevanda di riso fermentato a basso tenore alcolico.

I dolci, dei quali abbiamo assaggiato il “tiramisu al the matcha” e la “pannacotta allo zenzero” sono risultati molto gradevoli a fine pasto, pur avvicinandosi più ad una proposta nostrana che asiatica.

Il locale è consigliato per un pranzo informale.

Vini: nessun vino; una bottiglia di makkoli.

Il conto: 61€ (2 persone).

Antica Trattoria Ferrari, Pavia

In una bella giornata di sole autunnale, in un fluire di ricordi dei tempi universitari, quando ad ottobre iniziava l’avventura di un nuovo anno di studi, di nuove scoperte e l’idea di un traguardo si faceva sempre più reale, la curiosità di rivivere “le case, le strade, i viali” di allora, ci ha spinto in una gita fuori porta in quel di Pavia.

La città si presta ad una lunga passeggiata alla scoperta, o riscoperta, di monumenti, antiche glorie accademiche e fasti longobardi. Al di là del ponte coperto, immagine iconica della città, si trova Borgo Ticino, caratteristico quartiere situato sulla riva destra del fiume. Appena oltre il ponte, lungo la via principale, si trova l’Antica Trattoria Ferrari, antico locale molto conosciuto in città, dove abbiamo deciso di fare una pausa per il pranzo.

L’ingresso e le sale richiamano la tradizione, con la predilezione del legno e del cotto; l’ambiente ha un aspetto agreste, curato. Il menù è vario propone piatti con ingredienti e cotture molto legate alla tradizione, con alcuni abbinamenti interessanti per la tipologia di cucina.

ferrari ravioli

Ordiniamo due primi “ravioli di brasato con sugo al brasato” e “risotto con rape rosse e gorgonzola”. Le preparazioni e le cotture sono buone, il risotto ben mantecato, anche se avremmo preferito una nota più acida di barbabietola a contrastare il forte sentore del formaggio.

I ravioli, con le tipiche irregolarità della pasta fresca fatta in casa, con la giusta consistenza di pasta e ripieno; ottimo il sugo di brasato.

ferrari risotto

Arriviamo quindi ai secondi; abbiamo deciso di provare “guancia di manzo al bonarda e cipolle dolci” e “costolette d’agnello in crosta di sesamo”. Le carni di buona qualità, morbidissima la guancia di manzo, anche se forse lievemente troppo speziato il sugo di cottura.

La proposta dei dolci merita sicuramente un elogio; prevalenza di preparazioni tradizionali ma con alcune idee più originali. Ci è sembrato giusto provare un po’ dell’uno e dell’altro, con la “crostatina di farina di castagne pere e cioccolato” e il “semifreddo al tartufo d’oltrepò con crema di nocciola”.

La frolla della crostatina molto leggera e la farcia delicata e non stucchevole. Il semifreddo è stata una piacevole scoperta; il gusto rotondo delle nocciole e la nota pungente del tartufo accostate in modo equilibrato.

Il locale è adatto per un pranzo o una cena informale tra amici o in famiglia.

Una nota va fatta però al servizio, eccessivamente lento, e alle frequenti esuberanze dello chef, che di tanto in tanto giungono all’orecchio dei commensali.

Vini: Greco di Tufo “Feudi di San Gregorio” 2016

Il conto: 86 € (2 persone)

Al Garghet, Milano

“Questo è un piatto che bisogna lasciarlo fare ai Milanesi, essendo una specialità della cucina lombarda. Intendo quindi descriverlo senza pretensione alcuna, nel timore di non essere canzonato.”

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Così Pellegrino Artusi parla dell’ossobuco (o osso buco), in modo quasi reverenziale. Non stupisce che, ancora oggi, alcuni piatti della cucina regionale italiana rappresentino dei “santuari” del gusto a cui approcciarsi con molta cura e rispetto.

Da non milanesi, il nostro approccio alla cucina regionale lombarda è stato filtrato da anni di risotti allo zafferano preparati secondo varie scuole di pensiero e canoni di gusto che quasi mai si rifacevano alla vera tradizione milanese. Una tradizione che non ci ha lasciato indifferenti e che abbiamo voluto riscoprire in modo più sincero. Dopo alcune ricerche dentro e fuori la città, ci siamo imbattuti in una location molto suggestiva alle porte di Milano, il ristorante “Al Garghet”.

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In un casolare dal sapore antico si aprono una serie di sale ognuna con un nome e arredi diversi, piccole e intime, che trasmettono subito il calore di un pranzo in famiglia.

Ci si immerge nella tradizione già a partire dal menu, tutto scritto in dialetto milanese, che presenta i grandi classici del passato e alcune proposte più moderne con ingredienti semplici e saporiti. Ci sono i “fiur de süca”, il “risott saltà cont la luganega”, la “cotoleta del Garghet”, la “cassöeula”…

Il nostro pranzo inizia con il classico “risott a la milanesa”; riso Carnaroli al dente ben mantecato all’onda. Il profumo dello zafferano è intenso.

Proseguiamo con “osbus in gremolada” (ossobuco in gremolada) e “mondeghili”. L’ossobuco, un pezzo d’osso muscoloso dell’estremità della coscia di vitello con il midollo, viene cotto con verdure e aromi in umido e quindi condito con la gremolada, un trito di prezzemolo, aglio e scorza di limone grattugiata. L’ossobuco è servito su un letto di risotto al burro e parmigiano. La cottura lunga rende la carne morbida e gustosa.

I mondeghili, polpettine di carne fritte nel burro, sono un piatto di recupero tipico della cucina milanese. Vengono preparati con carne di manzo, pane ammollato, uova, aglio e cipolla; semplici, ma non smetteresti più di mangiarli!

La proposta dei dolci è piuttosto ricercata ma comunque legata alla tradizione lombarda. Abbiamo provato lo “sferamisù” e “la paciarella”. Il primo è una rivisitazione del classico dolce, racchiuso in una sfera di sfoglia di cioccolato che viene sciolta con un infuso caldo al caffè. La “paciarella” una torta di pane al cioccolato con castagne. Entrambi particolari e adatti al fine pasto.

Il servizio è stato discreto e puntuale. Consigliato per un’occasione informale in famiglia (ideale per un pranzo domenicale).

Vini: Roero Arneis “Malvirà” 2016

Il conto: 113 € (2 persone)