Il Datterino di Artusi – Strudel

“Non vi sgomentate se questo dolce vi pare un intruglio nella sua composizione e se dopo cotto vi sembrerà qualche cosa di brutto, come un’enorme sanguisuga, o un informe serpentaccio, perché poi al gusto vi piacerà.”

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In Italia lo strudel è considerato il dolce altoatesino per eccellenza. Il suo caratteristico profumo rimanda al sapore dell’autunno, all’aria pungente di montagna, a un caldo focolare domestico. Si tratta comunque di un dolce di provenienza balcanica e la sua ricetta è considerata patrimonio della pasticceria austro-ungarica, nella quale rientra a partire dal progressivo consolidarsi dell’egemonia austriaca in Ungheria, dopo che questa vide ripetute dominazioni da parte dell’impero ottomano. Dalla tradizione pasticciera turca, che utilizza frutta, miele e noci in dolci molto aromatici (come ad esempio il baklava), si diffonde in Ungheria e poi nell’Impero d’Austria e in quello che ora è territorio di Trento e Bolzano, laddove abbondano mele di ottima qualità.

Se ne trovano oggi numerose varianti, sia nella farcia che nella pasta. Non è raro nei caffè di Bolzano l’uso della frolla; la ricetta “originale” viennese prevede però l’uso di una sfoglia compatta molto sottile (simile a quella della pasta all’uovo) ed è a questa ricetta che si rifà l’Artusi nel suo libro e che vi proponiamo.

Per la farcia si prediligono mele acidule, come le renette, le granny smith o le golden non completamente mature. L’uvetta può essere fatta rinvenire in grappa, brandy o rum. Il pan grattato tostato ha lo scopo di isolare e assorbire l’umidità del ripieno e di permettere una cottura più uniforme della pasta.

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Lo strudel è ottimo servito tiepido e può essere accompagnato con panna montata e frutti di bosco, gelato alla vaniglia o anche una clotted cream all’inglese.

Ingredienti (per 4 persone)

per la pasta strudel

250 g di farina “00”
1 uovo
50 g di burro
50 ml di latte tiepido
una presa di sale

per il ripieno

850 g di mele (corrispondono circa a 5 mele)
100 g di uvetta
1 cucchiaio di cannella
un pizzico di noce moscata
50 ml di grappa
la scorza grattugiata di un limone
80 g di pan grattato
50 g di burro
il succo di mezzo limone

per guarnire

latte
zucchero a velo

Procedimento

Per la pasta

Aggiungere alla farina l’uovo intero e il burro sciolto tiepido ed iniziare ad impastare con il latte, incorporando pian piano tutta la farina. Impastare a mano fino ad ottenere un panetto morbido e di consistenza elastica. Ungere il panetto con un po’ di burro e lasciar riposare per 30 minuti a temperatura ambiente, coprendolo con pellicola per alimenti.

Per il ripieno

Mettere in ammollo l’uvetta con la grappa.

In una padella far tostare il pan grattato con il burro, fino a quando assumerà un colore ambrato, rimestando continuamente.

Sbucciare le mele e metterle in ammollo in una ciotola con acqua molto fredda e il succo di limone. Dividere le mele in quattro parti, eliminare il torsolo e affettarle a pezzetti.

Aggiungere alle mele lo zucchero, l’uvetta, la scorza di limone, la cannella e la noce moscata. Mescolare il tutto e lasciar riposare.

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Infarinare il panetto di pasta e stenderlo con un matterello su un canovaccio infarinato a sua volta, fino ad ottenere una sfoglia liscia e molto sottile, dandole una forma irregolarmente rettangolare.

Stendere uno strato di pan grattato tostato sulla pasta in una strato sottile a circa 10cm dal margine lungo (ottenendo un rettangolo di circa 10cm x 30cm).

Stendere quindi il ripieno sul pan grattato, fino a circa 3cm dai margini laterali.

Con l’aiuto del canovaccio arrotolare la pasta in un solo senso fino a chiudere completamente. Ripiegare i bordi laterali verso il basso. Posizionare su una placca da forno e spennellare la superficie con latte.

Cuocere in forno statico caldo a circa 180°C per 50 minuti; il dolce dovrà apparire di un bel colore ambrato.

Servito a fine pasto può essere abbinato con un Moscato Giallo del Trentino o un Moscato d’Asti; per una pausa dolce nel pomeriggio, con un caffè o un the nero.

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Il Datterino di Artusi – Pesce a taglio in umido

Il Datterino di Artusi – Pesce a taglio in umido

“Di questa ricetta vo debitore a una vedova e spiritosa signora il cui marito, siciliano, si divertiva a manipolare alcuni piatti del suo paese, fra i quali il nasello alla palermitana e il pesce a taglio in umido…”

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Per la preparazione di questo piatto si possono usare varie tipologie di pesce, come il branzino o il dentice; noi vi suggeriamo l’uso della ricciola, pesce azzurro molto pregiato, dalle carni bianco-rosee compatte.

La ricetta dell’Artusi, nella sua semplicità, può essere eventualmente arricchita con prezzemolo, olive, capperi o altri ingredienti secondo l’uso della vostra regione.

Ingredienti (per 4 persone)

2 ricciole di piccola taglia (circa 600g l’una)
1 cipolla bionda
2 coste di sedano
1 chiodo di garofano
600 g di passato di pomodoro
2 spicchi d’aglio rosso
un peperoncino ciliegino piccante 
150 g farina “00” 
olio extravergine di oliva q.b.
sale e pepe q.b.

Procedimento

Sfilettare la ricciola. Con un coltello affilato per il pesce, incidere trasversalmente al di sotto della testa e al di sopra della coda fino alla lisca. Passare la lama per il lungo rimandendo a ridosso della lisca fino a ricavare il filetto. Ripetere il passaggio sull’altro lato, ottenendo così due filetti per ogni pesce; non eliminare la pelle. Rimuovere eventuali spine residue presenti.

Infarinare i filetti e preparare un trito con il sedano, cipolla e l’aglio. In un’ampia padella rosolare i filetti infarinati nell’olio (circa un minuto per lato).

Togliere i filetti rosolati dalla padella e tenerli da parte. Nella stessa padella fare un soffritto con il trito di cipolla, sedano e aglio; aggiungere un chiodo di garofano.

Lasciare imbiondire, quindi aggiungere la salsa di pomodoro; salare e pepare a piacere. Vi consigliamo di aggiungere un peperoncino ciliegino per una leggera nota piccante ed esaltare la mediterraneità del piatto. Lasciatelo sobbollire per circa 15 minuti a fuoco dolce.

Immergere i filetti nel sugo e completare la cottura del pesce per 4/5 minuti. Si consiglia di coprire i filetti con la salsa ma di non voltarli per non rovinare l’integrità della polpa.

Servite il pesce con abbondante sugo di cottura.

Suggeriamo di abbinare con un vino bianco fruttato, come un Roero Arneis del Piemonte.

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Il Datterino di Artusi – Cappelletti all’uso di Romagna

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“Nissun piat gosta e vel com’ i caplett al de d’Nadel” (nessun piatto gusta e vale come i cappelletti il giorno di Natale).

I cappelletti romagnoli sono uno dei piatti più diffusi, controversi e reinterpretati della cucina italiana. Un classico piatto di Natale ampiamente apprezzato in tutta l’Italia settentrionale.

La loro origine è molto antica (risalgono probabilmente al 1600); la prima testimonianza storica dell’arte del cappelletto risale al 1811, quando il prefetto di Forlì scrisse in un rapporto conoscitivo sulle tradizioni locali per il governo napoleonico: “A Natale presso ogni famiglia si fa una minestra di pasta col ripieno di ricotta che chiamasi cappelletti; l’avidità di tale minestra è così generale, che da tutti, e massime dai preti, si fanno delle scommesse di chi ne mangia una maggior quantità”.

L’Artusi, originario di Forlimpopoli, sicuramente conosceva bene questo piatto e ne parla nel suo “La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene”, proponendo la versione classica romagnola con il ripieno di carne magra di cappone e ricotta. Esistono comunque altre versioni considerate storiche; passando da Ferrara a Imola e Rimini, il cappelletto diventa più grande e il ripieno più magro.

La ricetta del Datterino segue le indicazioni dell’Artusi (ripieno di cappone e ricotta); la dimensione dei dischi utilizzata è di 60mm. Per stendere la sfoglia abbiamo usato una macchina sfogliatrice di quelle comunemente reperibili in commercio.

Ciò non toglie che se avete le doti di una vera zdora romagnola, potete cimentarvi con un grosso matterello a tirare la sfoglia per i vostri cappelletti.

 

Ingredienti (per circa 100 cappelletti, per 4 persone)

per il brodo

1 costa di sedano
1 cipolla bionda
1 carota
1 pezzo di carne di cappone (es. mezzo petto)
2 foglie di salvia
1 foglia di alloro
2 chiodi di garofano
1 ciuffetto di rosmarino
sale q.b.

per il ripieno

250 g di petto di cappone
100 g di formaggio raviggiolo
100 gr di ricotta vaccina
80 gr parmigiano reggiano
la scorza grattugiata di mezzo limone
1 uovo intero
50 g di burro
1 foglia di salvia
1 ciuffetto di rosmarino
1 spicchio d’aglio in camicia
noce moscata grattugiata q.b.
sale e pepe q.b.

per la pasta all’uovo

4 uova
400 gr di farina 00 (proteine <10g/100g)

Procedimento

Per il brodo

In una pentola capiente, mettere tutti gli ingredienti e riempire con acqua (con questa dose è possibile preparare circa due litri di brodo). Cuocere a fuoco vivace fino a bollore, quindi a fuoco basso per circa due ore, lasciando sobbollire. Schiumare e filtrare il brodo con un canovaccio bianco pulito. Salare q.b.

Per il ripieno

Eliminare la pelle dal petto di cappone e tagliare la carne a tocchetti. Far sciogliere in una padella il burro, aromatizzare con una foglia di salvia e un ciuffetto di rosmarino. Appena il burro inizia a soffriggere aggiungere i pezzetti di cappone e uno spicchio d’aglio in camicia. Soffriggere fino a iniziale doratura della carne.

Tritare finemente la carne; aggiungere il formaggio raviggiolo e la ricotta, l’uovo, la noce moscata, la scorza di limone, sale e pepe.

Per la pasta all’uovo

Formare una fontana di farina sulla spianatoia, posizionare le uova al centro. Mescolare le uova con la farina utilizzando i rebbi di una forchetta ed impastare con le mani fino ad ottenere una pasta liscia ed eleastica.

Stendere la pasta con un grosso matterello o con una macchina sfogliatrice, fino ad uno spessore molto sottile (dovrebbe essere possibile vedere una luce attraverso la sfoglia). Con una rotella a taglio liscio o un coppapasta tondo da 60mm, ottenere dei dischi di pasta della stessa dimensione. Porre al centro di ogni disco di pasta un po’ di ripieno aiutandosi con un cucchiaino (il ripieno dovrebbe avere una forma sferica con un diametro complessivo di circa la metà di quella del disco di pasta).

Per dare la tipica forma al cappelletto, piegare a metà il disco di pasta sul ripieno sigillando i bordi (si viene a formare una mezzaluna); saldare i margini della mezzaluna pizzicandoli su un polpastrello e sollevare la corona di pasta attorno al ripieno verso l’alto. Posizionare ogni singolo cappelletto su una superficie antiaderente spolverata di semola di grano duro. Procedere con la pasta, stendendola poco a poco (in 4-5 tempi) in modo da evitare che si asciughi troppo una volta stesa (questo renderebbe più difficoltosa la chiusura del cappelletto).

Lasciare riposare i cappelletti formati per qualche ora. Portare ad ebollizione abbondante brodo, salare a piacere e cuocere i cappelletti per circa 2 minuti da quando emergono in superficie. Servire subito con una spolverata di parmigiano reggiano grattugiato.

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La dose classica è di circa due dozzine di cappelletti a commensale; devono emergere dal brodo e non essere completamente immersi.

Si possono accompagnare con uno chardonnay o pinot grigio, preferibilmente fermo.

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